Le montature di
corda per
strumenti ad arco ed il dilemma filologico: dialogo
(aggiornamento: 18 Novembre 2005)
di
Mimmo Peruffo
‘
L’essenziale è invisibile
agli occhi’
(Antoine
De Saint-Exupèry)
Premessa
al lettore
Il
cordaio gode della
fortuna di costituire un elemento determinante nel processo di
ricostruzione
dei repertori musicali antichi realizzati con montature cosiddette
storiche.
E
a lui
infatti che i
musicisti si rivolgono, e non solo per ordinare corde di diversi
calibri,
ma anche per chiedere
consigli in
merito alle
montature adatte ad un certo repertorio piuttosto che ad un altro, per
trovare
insomma la soluzione al proprio problema. Sovente, nella ricerca
dell’ottimizzazione acustica, egli si trova costretto ad
affrontare
argomenti
più propri della
liuteria,
come ad esempio quelli ruotanti intorno alla questione del ponticello,
dell’anima e della cordiera.
Il
cordaio inoltre,
godendo del raro privilegio di seguire un’amplissima fetta
della
popolazione
musicale, cioè
quella
dedita agli archi e agli
strumenti a pizzico,
può capire non solo in che direzione essa si stia movendo ma
intuirne anche il
grado di conoscenza organologica (o anche squisitamente pratica) in
materia di
corde.
Sia essa dedita al solismo,
alla
pratica orchestrale o semplicemente alla ricerca.
E
questo, vista la
scarsa
popolazione di cordai, non soltanto nell’ambito della propria
regione o stato
ma soprattutto in ambito europeo o più squisitamente
internazionale.
Con
i
suoi suggerimenti
(che si allargano poi a macchia d’olio diventando patrimonio
collettivo nella
schiera dei suoi clienti e non) e più marcatamente con la
scelta
di specifici
indirizzi produttivi e di tipologia di corda
egli è realmente
in grado di modificare ipso facto
–qualora lo
desiderasse- in maniera profonda il
baricentro delle cosiddette esecuzioni filologiche.
Un
eventuale (anche
silenzioso)
cambio di rotta nella tipologia di corda prodotta e nei diametri
proposti
porta infatti sempre ad una
catena di eventi
di adattamento che coinvolge
-secondo
una sorta di effetto domino-
liutai,
archettai, ed esecutori stessi.
E
questo
perché, come
nei secoli passati, è sempre la corda l’elemento
basilare
di partenza,
l’essenza generatrice del suono a cui tutti sono costretti a
guardare,
soprattutto poi se ci si vuol calare nei panni (e nei problemi) del
tempo.
Va
sottolineato il
rischio opposto: il cordaio, per fini di una maggior agilità
produttiva e
riduzione di costi può essere tentato di modificare la
maniera
di fare le corde
semplificando e sveltendo talune operazioni che sono magari
assolutamente
indispensabili al suono. Questo
è
esattamente quello che è accaduto nel passato, dove la
produzione cordaia, al fine
di potersi convertire nella produzione industriale di fili chirurgici e
corde
da tennis, ha dovuto subire profonde e sostanziali modifiche. Il
ritorno alla
produzione di corde per musica implica necessariamente un nuovo cambio
di
strategia produttiva.
Perché
non è affatto
vero che basta che una corda sia comunque di budello per ricreare
automaticamente un suono di qualità, così come
non
è vero che basta avere dei
pomodori per ottenere automaticamente un buon sugo.
Se
poi questo cambio
non avviene (e purtroppo in massima
parte non è avvenuto) ecco allora la diffusione tra i
musicisti
di una
frustrante e povera resa
acustica
imposta da
una cattiva tipologia di corde, non riconosciuta come
tale e passivamente accettata come norma
in virtù soltanto del fatto che non sono noti i criteri di
distinguo tra una
corda buona ed una cattiva, come invece avveniva nel passato.
Se
non si sono mai
assaggiate minestre diverse risulta
infatti impossibile esprimere un’opinione obiettiva sulla
propria.
Se
il
cordaio gode
della fortuna di essere non solo un artigiano che riproduce
meccanicamente
gesti secolari ma anche un
ricercatore -o più
semplicemente una persona aperta alle novità conseguenti
l’attività di ricerca
di
altri- ecco allora aprirsi la
meravigliosa e responsabile possibilità –senza per
questo
dover rinunciare
necessariamente ad alcuni artifizi moderni- di poter allineare la
propria
produzione secondo i criteri costruttivi e qualitativi di un tempo
scatenando
di conseguenza quella benefica reazione a catena di adattamenti che
coinvolge
tutte le figure professionali a lui seguenti così da
arrivare ad
una sonorità
sicuramente più bella e anche storicamente corretta. Parafrasando,
bisognerebbe un po’ alla volta arrivare
a garantire a tutti i costruttori di
automobili
(i liutai) una tipologia di
carburante
che, seppur prodotto da aziende diverse si attenga strettamente a
determinati
criteri di qualità. Se ne gioverà di conseguenza
non solo
il costruttore di
automezzi il quale, disponendo ogni volta della stessa benzina
potrà
ottimizzare al meglio i propri motori senza incombere in brutte
sorprese, ma
anche l’automobilista. Difficile pensare che entrambi possano
considerarsi
felici se dovessero un giorno scoprire che sotto la voce benzina super si
possa celare in realtà di tutto. In
caso
di scarsa resa
del motore ben pochi
sarebbero infatti in grado di capire che è soltanto questa
la
vera causa del
malfunzionamento.
Tutti
noi infatti,
quando facciamo
rifornimento,
desideriamo che sotto il
nome benzina super
vi sia sempre quel
certo tipo di carburante
anche in caso
di marche produttrici diverse.
Ma tutto
questo per le corde non esiste ancora.
Ecco
dunque spiegate
le ragioni del
seguente Dialogo, il quale vuol semplicemente portare ad una migliore
condivisione delle responsabilità nel processo di
ricostruzione
del suono
storico.
Vicenza,
25 Giugno 2004
Prologo
Nel
Maggio del 2004 un gruppo musicale dedito soprattutto a repertori tardo
barocchi, classici e preromantici (pur non disdegnando, anche se
raramente,
quelli del primo Seicento), si trovò a transitare nei pressi
di
una cittadina
del sud Europa
rinomata per la
produzione di corde in budello. Trovandosi in difetto di tali accessori
decisero di contattare il cordaio e di cogliere l’occasione
per
visitarne il
laboratorio. Il gruppo risulta composto da violini, viole, violoncelli,
contrabbasso e violone, tutti armati con corde di budello. Sono
presenti
nell’insieme anche esecutori di strumenti a fiato e,
naturalmente, anche di
cembalo e tiorba.
(Dopo
aver suonato
al campanello
vengono accolti dal cordaio stesso….)
Cordaio:
Buongiorno Signori,
in cosa posso rendermi utile?
Musicisti:
Siamo in viaggio
verso il centro Italia per una serie
di produzioni che spazieranno da Stradella, Corelli, Bach e primo
Ottocento.
Ci
siamo per fortuna
accorti di essere
in difetto di corde, corde di budella si intende.
Sa,
la nostra
formazione esegue
questi autori con criteri strettamente storici e le corde di budello ci
sono
pertanto indispensabili.
Cordaio:
Certo
…che calibri vi interessano?
Musicisti:
Siamo a
corto di corde in generale; viole, violoncello e violini, sì
violini
soprattutto! Forse servirà qualcosa anche per il
contrabbasso.
Visto che
abbiamo giusto un po’ di tempo ci terremmo anche a fare una
chiacchierata e a
visitare il suo laboratorio, se ce lo permette.
I
segreti di
bottega…
C: Ma
certo, sono
felice di
accontentarvi!
Sapete,
questo
è un avvenimento per
certi versi inconsueto:
fin dagli albori
dei tempi l’arte di far corde è sempre stata
tutelata a
guisa di segreto
ma ritengo che sia oramai giunto il tempo di aprire le porte alla
legittima
curiosità. Il segreto fu nel passato una scelta necessaria:
intere aree
territoriali (cito ad esempio l’Abruzzo,
Roma, Napoli, Padova qui in
Italia; per non parlare poi di
Monaco, Lione
e altri importanti centri europei) dovettero il loro benessere proprio
alla
capacità di saper portare le corde all’ultimo
grado di
perfezione e alla
tenacia nel difendere i loro segreti manifatturieri ereditati di padre
in
figlio.
M:
Siamo lietissimi di sentirglielo dire, infatti alcuni di noi vorrebbero
imparare a farsi da sé le corde in casa, per ottenere
risultati
realmente
storici…
C: No,
non cadete anche voi come altri in questa trappola! L’arte di
far
corde è materia molto complessa e difficile; pensate che nel
Seicento a Roma si
richiedeva un apprendistato di quasi un decennio prima di potersi
definire
maestro cordaio ufficialmente iscritto alla corporazione.
Esistono
per la verità dei ricettari risalenti al medioevo ma sono
estremamente
sintetici ed anche un tantino ermetici; quindi non certo adatti ad
insegnare a
fare le corde come si comanda! A partire dal tardo quattrocento
tuttavia l’arte
di far corde diventò una vera e propria professione regolata
da
severi statuti
corporativi.
Facciamo
un paragone con la chitarra: se ci si accontenta dei soli accordi essa
si può
imparare a suonare in poche settimane;
ma se si desiderano una
conoscenza e padronanza realmente
complete dello
strumento allora è necessario passare attraverso un lungo e
difficile cammino.
Vedete,
a
nessuno di noi è mai passato per la mente di chiedervi di
insegnarci a suonare
le partite
per violino solo di Bach in
una sola settimana oppure di realizzare tutto questo in proprio
attraverso dei
manualetti fai da te.
Così
è
per le corde:
serve la
professionalità
di un maestro cordaio che ci insegni, oltre alla pratica quotidiana di
anni.
Ogni
Arte
va dunque rispettata, non
improvvisata o banalizzata.
Fare
una
corda come si deve, dicevo, è veramente una materia assai
complessa. Pensate
che per avere una corda di budello finita necessitano almeno 10-12
giorni di
lavorazione!
M:
Caspita; e pensare che alcuni di noi si lamentano per il prezzo
eccessivamente
alto delle corde di budello!
C:
Questo
è una cosa ingiusta: innanzitutto è giusto che
sappiate
che le corde un tempo
costavano molto, molto più di oggi.
Ricordate
anche
che ci troviamo di fronte ad un
prodotto la cui lavorazione necessita
non
solo di tutto questo tempo ma che è ancora fatta quasi
interamente a mano
secondo i dettami di antiche tecniche di fatto quasi scomparse dal
pianeta: è
tanto infatti se siamo
sì e no quattro o
cinque botteghe al mondo!
Pensiamo
per un attimo al prezzo di un cantino di un violino: quale prodotto di
raro
artigianato (e che viene utilizzato – non dimentichiamolo -
su
strumenti
musicali del valore di migliaia di euro) viene a costare
meno di un paio di
cappuccini?? Cappuccini
che durano poi lo spazio di qualche minuto mentre una buon cantino
può durare
invece diverse settimane: di questo nessuno se ne accorge.
M: Si,
riusciamo a capire.
Della
manifattura
antica…
C:
Bene, descriviamo innanzitutto il ciclo di manifattura di una corda di
budello
così come si
eseguiva in
Italia,
tramandato di padre in figlio in un arco di tempo compreso tra la
metà del
Settecento e i primi decenni del XX secolo (vedere Francois
De Lalande: Voyage en Italie
[...] fait dans les
années 1765 et 1766,
2nd edition, vol. ix, Desaint, Paris
1786, pp. 514-9).
M:
Molto bene.
C:
Dunque, la procedura di
allora prevedeva come prima cosa l'impiego
principale di budello tenue
di agnello
o anche di castrato
di 7-8 mesi di età il quale, dopo essere stato accuratamente
svuotato e
sciacquato per alcuni giorni in acqua corrente al fine di asportare gli
escrementi, subiva una serie di trattamenti volti a rammollire e a
distaccare
le membrane non muscolari e le sostanze grasse ivi presenti. Questo
risultato
si
otteneva lasciando le budella
in
immersione per alcuni giorni in
bagni
alcalini
e raschiando poi delicatamente il materiale con un pezzetto di canna
palustre.
I bagni
alcalini si ottenevano stemperando
delle ceneri di feccia di vino (contenenti la potassa, ovvero carbonato
di
potassio)
in acqua e, dopo
decantazione,
se ne utilizzava la porzione limpida.
Detti bagni, in altre
parole,
lasciavano libera
e perfettamente sgrassata
la sola
membrana muscolare:
quella
che interessava al cordaio.
Più
budelli sgrassati
venivano quindi accuratamente selezionati e riuniti
in fasci paralleli (a seconda
del diametro
di
corda
richiesto), annodati
assieme agli
estremi e poi ritorti
per
mezzo di un apposito mulinello (il capo
opposto
della protocorda veniva
fissato
ad un piolo di legno bloccato ad un lato del telaio di essiccamento).
Dopo aver
ritorto a dovere
la corda
il capo libero veniva a sua
volta fissato al
piolo opposto del telaio mettendo così in
trazione la
corda umida.
Quando
il telaio risultava ben
guarnito di corde
umide e di prima torcitura esso veniva trasportato in
un'apposita stanza chiusa
ermeticamente dove
le corde erano sottoposte per alcuni giorni all’azione sbiancante
dei
fumi di anidride solforosa che si
sviluppava dal processo di
combustione di un po’ di zolfo
posto in un
bacile. Al termine di questa
operazione
le corde venivano ulteriormente ritorte e ancora solforate per poi
provvedere
al loro essiccamento
finale ponendo il telaio
all’aperto.
Una
volta ben seccate
si procedeva alla loro levigatura
tramite sfregamento
della
superficie per mezzo di un'erba dotata
di proprietà abrasive, o per mezzo di pomice in polvere. Le
corde così levigate
si ungevano quindi con olio di oliva, venivano tagliate ai capi del
telaio e
confezionate in circoli.
Ho
finito!




Christoph
Weigel: Der
Saitenmacher, Regensburg 1698
M:
Molto
interessante
questa sintetica descrizione del ciclo di lavorazione, effettivamente
pochi di
noi ne avevano conoscenza!
C:
Ok, ma ora andiamo
avanti
con ordine, definendo innanzitutto alcuni parametri di partenza.
Vedete, sono
alcuni decenni oramai che abbiamo imparato che le corde non sono
affatto un
accessorio bensì il
centro intorno a cui tutto ruota.
M: Ma
come,
secondo la consuetudine prima vi è lo strumento e poi si
cerca
la corda giusta!
C: No,
prima si è
scoperto il petrolio con le sue proprietà infiammabili e in
base
a questo fatto
qualcuno ha poi pensato di metterci intorno viti
e bulloni
inventando il
motore adatto a sfruttare tale proprietà. Così
è
stato tra la corda e lo
strumento musicale.
Vedete,
gli strumenti
musicali
a pizzico e ad arco delle varie epoche non erano altro che lo specchio
esatto in
cui si rifletteva la tecnologia cordaia
di ciascun periodo storico
attraversato. I liutai in altre
parole non
potevano sfuggire ai limiti meccanici ed acustici imposti
dall’unico materiale
a loro disposizione, l’unico cioè in grado di
imitare la
voce umana.
Una
questione di limiti…
E
così,
analogamente ad un
liquido che versato in un recipiente ne va ad occupare tutta la
superficie
libera altrettanto era uno strumento musicale: esso veniva dimensionato
con il
preciso fine di sfruttare totalmente sia nel suo limite
superiore
(rappresentato dalla frequenza di intonazione del cantino) che inferiore
(ovverossia la frequenza più grave raggiungibile suonando a
vuoto la corda) le
qualità meccaniche ed acustiche offerte
delle corde del proprio
tempo. Questo spiega la regola
rinascimentale
-ed in parte anche seicentesca- di accordare uno strumento
-sia esso a pizzico come il
liuto o ad
arco-
al più acuto
consentito.
Più
in alto di
così non si
poteva dunque andare (abbiamo cioè raggiunto il limite
superiore!) mentre
l’ultimo basso, con il suo diametro, rappresentava l’estrema
propagine giù
nel grave (o se
preferite chiamatelo
pure… limite
inferiore) che le orecchie di
allora
potevano ancora
considerabile accettabile.
M: Si,
ma
non sempre gli strumenti musicali si potevano
accordare
empiricamente al più acuto consentito! Come avrebbero fatto
altrimenti a suonare
assieme
ad altri??
C:
Giusta
osservazione! I liutai infatti agivano in verità alla
rovescia: dovendo progettare uno
strumento la cui nota della prima
corda
(funzione del corista del luogo) sia
stata fissata preventivamente dalla committenza essi allora non
facevano altro
che determinare quella precisa
lunghezza vibrante che
permettesse, a
regime di intonazione, di far lavorare il cantino automaticamente al
suo estremo
limite superiore.
Ecco dunque spiegato perché un violino
possiede una
lunghezza vibrante proprio
di
M:
Furba
la cosa, non abbiamo tuttavia ben compresa questa assurda
necessità di dover a tutti i costi rasentare, con i cantini,
l’orlo del
burrone: non è
questo, in definitiva, un inutile atto di
masochismo verso
queste povere corde?
La
canoa e
l’indiano…
C:
A prima vista certamente
sì; vi chiedo
tuttavia soltanto un attimo di pazienza, visto che più in
là ne dovremo
comunque estesamente parlare.
Per
il momento il
fatto principale consiste nel riconoscere che una corda custodisce in
sé il mistero
della vibrazione ma non riesce, per sua intrinseca natura, a
trasmetterla
direttamente all’aria e di lì
all’orecchio.
Immaginate
ora per un
momento di essere degli indiani in
canoa, se aveste un sottile bastone per remare non fareste altro che
tagliar
l’acqua, giusto?
M:
Si… ma con
l’aiuto di
un vero remo…
C:
Serve infatti una
pala
che con la sua larga superficie adatti il bastone all’acqua.
M: Un adattamento
di
impedenza, direbbero i
radioamatori. Ed ecco dunque creato il remo.
C: Esatto!
Per
la corda tutto
è eguale: vibrando essa taglia l’aria.
Serve
una superficie
allargata come la pala (la tavola
armonica) che adatti la corda all’aria. Che adatti la sua impedenza
insomma.
Ma
mentre nel caso del
remo non
viene richiesto nulla al
bastone
nel caso
della tavola il ‘servizio’ reso alla corda comporta
il
pagamento di una sorta
di
pedaggio: la tavola pretende
dalla
corda che vengano utilizzati
i suoi
propri ‘cromosomi’. La sua specifica caratteristica
timbrica, insomma.
Ecco
allora la gran
varietà di colori che scaturiscono da
una stessa corda montata però su strumenti diversi!
M:
Caspita, è
vero, questo
si che è interessante!
Il
Brutto anatroccolo
diventa cigno…
M :
Ma...qual’è ora il proseguo?
C:
Beh, come si diceva
ci si è resi rapidamente conto
alcune decine di anni orsono che nell’ambito della
ricostruzione
del suono di
un tempo
la corda non poteva certo
dirsi
accessorio bensì pietra
angolare del tempio.
Si
pensa tutti al brutto
anatroccolo invece si ha a
che fare
con il cigno…
M: In
pratica secondo
la sua interpretazione i nostri
strumenti, da un certo punto di vista, non sono altro che recipienti,
atti a
contenere ed elaborare al meglio ciò che la corda produce e
riempie!
C:
Esatto! Non è
forse vero che senza la corda il suono
prodotto dai nostri preziosi Amati, Gagliano e quant’altro si
ridurrebbe al
solo rumore di percussione?
Ma
adesso ci
ritroviamo a lavorare
al contrario: abbiamo perso le corde per cui allora furono
dimensionati,
ottimizzati: ecco, in pratica si ha bisogno semplicemente di ricreare
per loro
l’ambiente e le condizioni del tempo in cui vissero e per
ottenere tutto ciò è assolutamente
necessario partire innanzitutto cercando di capire
-nei suoi più
reconditi segreti- il metodo
antico di fare corde!
M:
Riprendendo il filo
del discorso… non vi è ancor’oggi il
problema di
conservare la segretezza delle
tecniche adatte a fare le corde?
L’inganno
filologico…
C:
Per certi aspetti
si,
naturalmente. Ma solo la trasparenza di alcune delle nostre procedure
assieme
alla verità che emerge con forza dai numerosi documenti
storici
di recente
ritrovati permetterà forse di sconfiggere (o almeno contrastare efficacemente)
questa sorta di finzione
a cui tutti assistiamo quasi impotenti: l’inganno
filologico.
M:
Inganno filologico?
Non
riusciamo a capire di che inganno si stia ora parlando….
C:
Si, mi rendo conto
che la parola
è un po’ forte, e che per taluni è
probabilmente
anche offensiva. Per farmi
comprendere meglio vi farò inizialmente
una domanda: se qualcuno vi
vendesse una bella radio a
valvole degli anni ’50 (sapete
quelle in
radica con scritto nel vetro frontale ‘Onde Medie, Onde
Corte,
Onde Cortissime,
Monte Ceneri, Montecarlo…) dotate di ‘occhio
magico’
e poi ci scoprireste
dentro non più quelle belle valvole termoioniche
bensì
dei freddi transistor
non vi sentireste forse ingannati?
M:
Naturalmente!
C:
Bene, oggi stiamo
assistendo a
qualcosa del genere, e tale inganno viene perpetrato ad insaputa degli
stessi
esecutori…ad insaputa dei musicologi e forse, dico forse,
anche
degli
organologi che in materia di corde dovrebbero sapere probabilmente
qualcosa di
più degli altri. Siamo in pochissimi infatti che si
dilettano in
questo campo
di ricerca, che tanta parte prende nella bellezza di
un’esecuzione. E di questi
pochi alcuni sono soltanto studiosi e non pratici (cordai
cioè),
altri solo
pratici e non studiosi. Pochissimi oimè riescono a svolgere
con
profitto
entrambe le cose.
E
così, si
diceva, ci raccontiamo e
crediamo davvero che stiamo su di una carrozza trainata da veri
cavalli.
La
carrozza in
realtà è spesso
un’automobile camuffata
da carrozza, perché
nasconde nel suo interno un
vero e proprio motore a benzina, altro che cavalli! E tutto questo
perché
avendo noi tutti imparato a guidare sull’automobile ne
ricerchiamo forse
inconsciamente le stesse caratteristiche anche sulla carrozza:
guardiamo ancora
alla velocità mentre non siamo in grado di apprezzarne il
dondolio, la polvere,
i paesaggi…l’autenticità
dell’andare con
questo mezzo, insomma.
M:
Non riusciamo a credere, non
capiamo…ecco…servono
esempi, ulteriori
esempi!
C: Ma
certo…ecco allora per voi un
piccolo esempio pratico: non è forse vero che molti
esecutori,
seppur sotto
l’etichetta ufficiale di…esecuzione
con strumenti
filologici, utilizzano
nei bassi
perlopiù delle
modernissime
corde rivestite con filo metallico piatto e liscio, forse addirittura
realizzate in perlon, wolframio, polivinildilenfloruro…? Non
è forse vero che
talvolta, o spesso, ci si limita addirittura a montare il solo cantino
di
budello lasciando le rimanenti moderne
corde di metallo? E
ancora...non
è purtroppo realtà che alcuni facciano tutto
ciò
anche su strumenti disposti alla
moderna (catena lunga e spessa,
modello di
ponte non storico, manico
piuttosto retroflesso, cordiera
moderna, uso
della mentoniera etc), di cui sappiamo bene la differenza con quelli
antichi?
Per non parlare poi
dell’uso
episodico dell’arco moderno…
Vedete,
non è
mettendoci soltanto
un cilindro in testa che possiamo affermare che siamo
vestiti come nel XIX secolo!
Ritorneremo
più
in là su questo
tema e lo approfondiremo meglio.
Per
il momento andiamo
pure avanti:
suggerisco ora di analizzare i criteri con cui mi domanderete dei
diametri di
corda.
M:
Beh, le corde e i
calibri che
chiediamo sono quelli che vanno bene per i nostri strumenti, quelli
insomma che
ci hanno suggerito colleghi o maestri durante le
masterclass…durante gli
incontri…i concerti…
C:
Suggerito da
colleghi, maestri:
questo va bene ma…e i documenti storici, i trattati?
Immagino
che ve li abbiano
descritti nei dettagli
durante questi corsi. Vi hanno dedicato
probabilmente del tempo solo per la
questione delle montature,
della scelta delle corde, del
distinguere tra
la corda buona e
quella cattiva…
M:
No, non a questo
livello,
caspita! Ma a quali documenti ci stiamo riferendo? Quasi tutti qui
abbiamo
letto infatti
il Boyden ("The
History of Violin Playing
from
its origins to 1761 and its
relationship to the violin and violin music",
Oxford
University Press, Oxford 1965), abbiamo visto alcuni altri libri
più recenti
(Eduard Melkus "Il
Violino:
introduzione alla storia del violino e della tecnica violinistica",
Giunti, Firenze, 1975 e anche Robin
Stowell "Violin technique and
performance practice in the late eighteen and ninetheen centuries", Cambridge
University Press, New York 1985, p.28) che insistono
nell’affermare che gli
strumenti del barocco disponettero di montature leggere, lo troviamo
anche su
internet, lo scrive e lo suggerisce persino una casa tedesca leader
nella
costruzione delle corde! Così ci hanno consigliato e
così
ancora ci
consigliano…
C:
Bene, non vi
nascondo che
l’impresa del documentarsi adeguatamente
è certamente ardua; anche perché sinora non ci
sono mai
stati lavori
disponibili a stampa o altro metodo che hanno spiegato come calare nella
pratica di
ogni giorno le
informazioni storiche.
Intanto
andiamo a
precisare che nel
passato si usavano montature tutt’altro che leggere.
I
calibri furono in
generale assai più
grossi di quelli che si usano
ora, e questo non soltanto in Italia
ma anche
nel resto d’Europa. Pensate, è opinione diffusa
che le
montature moderne siano molto
più tese di quelle
antiche ma invece è assolutamente
vero il contrario!
M: Ma
come!
L’idea delle corde sottili ha guidato
generazioni di esecutori; è una conclusione che sappiamo
derivare ad esempio
dalla constatazione che
la catena del
lato bassi fu al tempo perlopiù esile e corta; adatta quindi
a
sopportare meno
pressione di corda su di essa e anche dal fatto che l’angolo
formato al ponte
dalle corde fu meno acuto di quello che si riscontra oggi nei nostri
attuali
strumenti ad arco…
C: Si,
per diversi anni
la pensavo anch’io così: come
tutti credevo fermamente
che
le montature di un tempo
utilizzassero
calibri sottili e, come altri cordai, proponevo calibri commerciali in
assoluta
sintonia con tale visione. Non potete immaginare la
fatica che
ho fatto,
nel corso del tempo, ad accettare la verità che traspariva
dalla
documentazione
storica e a regolarmi di conseguenza. Incredibile, seppur messo di
fronte
all’evidenza non riuscivo ancora a cambiare idea!
La
questione della
catena,
dell’angolo delle corde al ponticello etc. aveva infatti
condotto
i ricercatori
che trattarono per primi la questione delle montature storiche verso quel
tipo di interpretazione…diciamo che fino ai pionieristici
studi
compiuti da
Patrizio Barbieri e Ephraim Segerman intorno al 1985-88 questa era la
certezza
di tutti (Giordano Riccati on the Diameters
of Strings
and Pipes", The
Galpin
Society Journal XXXVIII 1985,
pp.20-34) ed
Ephraim Segerman:
"Strings
thorough the ages", The
Strad, part 1, January 1988,
pp.20-34,
pp. 52-5, part 2 "Highly
strung", March 1988, pp.195-201, part 3 "Deep tensions", April
1988, pp.295-9).
Sì, tale
conclusione
poteva essere forse stata
influenzata
anche dalla consolidata abitudine di sentire sotto le dita e sotto
l’arco le
sottilissime corde di metallo moderne.
I
calibri
storici…
M:
Ma allora, se tale premessa
è vera (e non vediamo
onestamente alcun
motivo per dubitarlo…) cominciamo a credere che stiamo
percorrendo un sentiero
sbagliato. Possibile?
C:
Beh, la faccenda non
è irrimediabile: di per
sé è già
un passo in avanti piuttosto consistente il solo fatto di usare
del
budello (c’è
chi non lo fa!), gli archi d’epoca e il ponte barocco o
classico
così come
studiare ed utilizzare nel limite delle conoscenze tramandate la prassi
esecutiva;
meglio ancora se qualcuno di voi dispone di uno strumento allo stato originale
od una copia
di un buon modello storico. Tuttavia oggi si
richiede un
miglioramento dello standard qualitativo quando ci si riferisce alle
cosiddette
esecuzioni filologiche.
E questo in virtù del materiale
storico
ritrovato in questi anni recenti, che è sì notevole, ma
perlopiù
ancora scarsamente
reperibile. Si richiede pressantemente una
maggior
circolazione delle idee, dei nuovi documenti e, soprattutto, di come
applicare
il tutto nel concreto.
Credo
sia anche giunta
l’ora che i
musicisti riprendano in mano la capacità, come una volta, di
poter scegliere da
sé i calibri e saper distinguere le diverse tipologie di
corda
non solo
qualitativamente ma anche in relazione ai repertori da eseguire.
In
altre parole
è possibile che
ciascheduno ridiventi il sarto personale del proprio strumento e sia
pertanto
in grado di fargli la montatura su misura. Pensate, questa storia di
privare il
musicista della possibilità di scegliersi i calibri risale
almeno a cent’anni
fa: già
nel 1900 Arthur Broadley su ‘The Strad’ lamentava: "At
the
present time the matter of string thickness seems to rest entirely with
the
makers, the player has practically to take what is given to him" (Oggigiorno
il problema del calibro delle corde sembra totalmente affidato ai
costruttori,
il musicista praticamente può solo prendere ciò
che gli
viene dato).
Discutiamo
ora insieme
dei calibri
storici, quelli insomma che allora usavano davvero e che sono con
dovizia descritti
nei documenti. Ad esempio, che diametri utilizzate mediamente nel
violino?
M:
Mah, 60 come
‘mi’, 79 come ‘la’
e…due rivestite in
filo piatto per
il
‘re’ e ‘Sol’.
C: E
per le viole, il
violoncello e
il contrabbasso?
M:
Allora…vediamo…76 di ‘la’, 97
di
‘re’ e due ricoperte con filo piatto per il
‘Sol’ e i ‘Do’. Il Cello
impiega un
112 per il ‘la’ e 145 per il
‘re’. Ancora due
ricoperte levigate per i bassi di
una nota marca. Il contrabbasso si avvale di
due corde di budello
rispettivamente di 2,10 e
C:
Bene, come si
presentano queste
corde di budello prima di montarle?
M:
Secondo noi sono
buone: si presentano infatti belle
dure, rigide e ottimamente levigate. Purtroppo, seppur raramente, alcuni
cantini per violino si sono talvolta
rotti di netto e proprio durante il concerto; così,
senza preavviso.
Eppoi…eppoi non è del tutto
vero che tutti noi non si sapeva dei calibri storici; qualche idea in
realtà
circola.
Vede…il
fatto
è che le prove che
qualcuno di noi ha fatto con queste corde più grosse sono
state
un autentico
fiasco: le corde fischiavano e il suono era pessimo,
vetroso…difficile metterle
in vibrazione. Inoltre taluni strumenti, con queste corde grosse si
infiacchivano di suono, in una parola…non le reggevano!
C:
Certo e non stento a
crederci; vedete, se le corde non
sono fatte secondo certi criteri …quelli di
allora… ne
veniamo in qualche modo respinti.
In altre parole non ci è permesso l’accesso
ai
calibri storici.
Parimenti per gli
strumenti oggi costruiti:
che siano copie
di originali o no essi
dovrebbero essere predisposti ed ottimizzati
dal liutaio a misura dei
calibri storici, non di quei sottili
capelli…
M:
Ecco…a quanto
prima detto aggiungiamo che qualcuno di
noi usa pure il montone,
che si distingue da altri tipi di
budello per
il suo colore giallo scuro…
Del
colore del
budello…
C:
Fermiamoci un
attimo: andiamo subito a chiarire un
aspetto che comunque appare secondario ai fini del suono: il
colore
con
cui si presentano le corde di budello attualmente disponibili sul
mercato.
Qualunque
budello, una
volta
essiccato, si presenta
indistintamente marrone
e questo accade se non si è
impiegato un trattamento di sbianchimento. E così non
è
vero che il montone si
riconosce per il tipico
colore giallo-marrone mentre
il manzo o
l’agnello per il giallo
chiaro;
molto più semplicemente quelle specifiche
corde di
montone che utilizzate non
hanno subito alcun
trattamento di sbianca. Può infatti accadere il fenomeno
inverso: l’ottenimento
di un budello di manzo o agnello marroni e…montone giallo
paglierino.
Sapete,
oggigiorno noi
cordai
usiamo l’acqua ossigenata per sbiancare a volontà
qualunque budello il quale,
se non trattato, una volta essiccato si presenterebbe color mogano.
Come vi ho
prima descritto, una volta invece (visto che l’acqua
ossigenata
non era ancora
stata scoperta)
dovevano sottoporre ai
fumi di anidride solforosa le corde umide ottenendo un certo
imbianchimento del
materiale. La stessa cosa facevano a Pompei gli antichi romani con i
loro
panni…
Eppoi
vi sono cordai
che esagerano
facendo le corde simili al nylon, così vitree e
trasparenti…pensate a tal
proposito a quelle per arpa moderna!
Altri
le lasciano
giallo
paglierine, altri ancora le trattano solo leggermente
cosicché
esse si
presentano come il miele, giallo ambrate.
E
sì,
oggigiorno con questi comodi
agenti sbiancanti otteniamo dal budello ciò che vogliamo.
L’importante è non
esagerare con il trattamento poiché ho il sospetto che le
corde
troppo
sbiancate siano anche un po’ indebolite.
Altre
volte capita che
la partita
di budello che acquistiamo sia di per sé poco pigmentata (a
causa della bile, della razza etc) e
così
invece di assumere il solito colore giallo paglierino diventano quasi
bianche; altre
volte accade invece l’inverso e così a
parità di
procedura sbiancante ci
ritroviamo corde un po’ più scurette…
In
conclusione,
ricordatevi sempre
che la faccenda del colore oggigiorno non definisce affatto il tipo di
budello
né se la corda è vecchia o altro.
Anticamente
invece le
cose andavano
differentemente: bisognava stare attenti, poiché un colore
troppo fosco poteva
indicare l’irrancidimento dell’olio spalmato sulla
corda o
una effettiva
cattiva qualità di budello mentre un colore troppo chiaro
poteva
indicare che
le corde erano state ottenute da budelli di animali troppo giovani o
che si era
esagerato con la pomiciatura durante la fase di levigatura finale.
Manzo,
montone ed
agnello…
M:
Sì, abbiamo
capito la spiegazione e ne rimaniamo
sconcertati: eravamo davvero convinti che il colore di una corda di
budello
avesse la sua importanza.
In
ogni caso è
il montone che fu
utilizzato un tempo, non il manzo. Almeno qualcosa di storico noi lo
rispettiamo!
C:
Certo, suggerirei
tuttavia di indagare più in
profondità la questione.
Tutte
le fonti
storiche sinora
reperite sono concordi nel riferire che il materiale utilizzato in
Italia fu
soprattutto il budello di agnello o di castrato di non più
di un
anno di età,
non certo di montone. Non in Italia, almeno.
In
Francia invece,
fino circa la
metà del XIX si utilizzava appunto il budello di montone
(vedere Antoine-Germain
Labarraque: L'art du boyaudier,
Imprimerie
de Madame Huzard, Paris 1812, pp. 31-2) per
poi
passare, come noi in Italia, all’agnello.
E questo
perché si erano ad un
certo punto accorti che il montone non permetteva di ottenere la
qualità delle
corde da cantino italiane: nel tardo Settecento il governo francese
mise a
disposizione addirittura un premio in denaro ed una medaglia
d’oro per colui
che avesse risolto il problema!
M:
Incredibile! E chi
lo vinse?
C: I
Savaresse, cordai
di origine…napoletana! ..che
misero in campo l’agnello in luogo del montone!
M: Ma
quali problemi
crea il budello di montone?
C: Il
budello di
montone è troppo grosso rispetto a
quello di agnello: a parità di diametro finale mentre da noi
un
cantino
necessitava di 3-4 budelli interi
accoppiati, con il montone ne
necessitavano soltanto di due, e questo rendeva una corda
più
irregolare nel
diametro a grezzo e anche
meno
resistente allo sfilacciamento, una volta rettificata.
Voglio
dirvi che
parità di diametro
di corda quella
fatta con
un numero maggiore di budellini più sottili
risulterà
più regolare ed omogenea
di una fatta con meno budelli di maggior grossezza. Non per niente il
furbo
Paganini si faceva costruire dai napoletani speciali cantini composti
da quattro
budellini più sottili della norma –invece dei
canonici tre;
essendo essi
più sottili ma di numero maggiore il diametro finale che si
otteneva stava
pertanto sempre entro i limiti tradizionali (vedere Edward
Neill: Nicolò
Paganini: Registro di lettere, 1829,
Graphos, Geneva 1991, p. 80, lettera da Breslau, 31 Luglio 1829,
indirizzata a
"signre profre (di violino)
Onorio de Vito, Napoli": "Ho
bisogno di un favore: ponetevi tutta la cura, e la diligenza. Mi
mancano i
cantini [...]. Quantunque tanto sottili devono essere di 4 fila per
resistere.
Badate che la corda sia liscia, uguale, e ben tirata [...]. Vi supplico
di
sorvegliare i fabricanti e di far presto, e bene.)
Il manzo
non
veniva
utilizzato in maniera massiccia; nelle
fonti francesi del tardo settecento tuttavia si cita anche a tale
materiale
anche se per usi diversi. Un motivo basilare è probabilmente
costituito dal
fatto che al tempo le greggi erano dappertutto in Europa ed utilizzate
maggiormente
per la carne rispetto ai bovini.
M:
Andando però
alla sostanza: noi crediamo che vi sia davvero
una certa differenza di sonorità tra agnello, manzo o
montone e,
secondariamente, una maggiore resistenza all’abrasione
superficiale del budello
ovino rispetto a quello di manzo. Vi
è in
aggiunta da considerare la questione del tipo
di alimentazione
delle
greggi; Marin Mersenne (Harnomie
universelle [...],
Livre
quatriesme, Cramoisy, Paris 1636) scrisse
infatti che
questo è di una certa importanza al
fine di ottenere corde di qualità!
C: No,
le prove
condotte hanno dimostrato che la resa
acustica globale di una corda di budello non dipende, se non in maniera
assolutamente indistinguibile, dal materiale di partenza o
dal tipo
di alimentazione.
Questa,
analogamente ad
un ponte, si regge infatti su due pilastri fondamentali: il peso
specifico del
materiale di partenza ed il modulo elastico della corda poi realizzata.
Il
budello, anche se di
diverso animale e/o con alimentazione
diversificata
non varia di peso
specifico, vale a dire che è (e rimane) di 1,3 grammi/cm3
circa.
Il
peso specifico,
come dicevo, sta
al primo posto
nella scala degli elementi che risultano
determinanti per
la riuscita del suono: più esso è elevato e
più il
suono diventa brillante e
pronto.
I
metalli ad esempio hanno quel suono brillante
proprio perché possiedono un elevato
peso
specifico. Ma badate: tra tutti i materiali solo il budello riesce a
creare
l’imitazione della voce
umana, cosa tanto preziosa a
quei
tempi
(ricordiamoci di quello che scrisse Geminiani nella sua introduzione al
metodo!).
Suggerirei
di
ricordarcelo ogni volta che capiterà di suonare con corde di
metallo!
Il
modulo elastico
invece (overossia il fatto che una corda
risulti
più o meno rigida) - che il secondo decisivo fattore che va
a
determinare la
qualità acustica di una corda- dipende principalmente da
come il
budello è
stato chimicamente trattato e da quanto è stato poi
ritorto al fine di ottenere la
corda. In altre parole questo parametro
dipende unicamente dal cordaio.
Modulo
elastico e peso
specifico
sono dunque i fattori che incidono quasi totalmente sulle
caratteristiche
acustiche della corda e lo si può dimostrare. Tanto per fare
un
esempio sono
state oggi realizzate corde che sebbene siano costituite da materiale
plastico
omogeneo, presentano praticamente lo stesso suono del budello, e questo
in
virtù del fatto di possedere modulo
elastico e peso specifico analogo al materiale naturale. Si parla di plastica,
mi capite?
La
questione
dell’alimentazione, lo
voglio risottolineare, è una leggenda
ricorrente
chiamata in causa ogni
volta che qualcuno non riesce a saperne di più da parte dei
cordai:
la biologia, fino a prova
contraria,
non ha ancora dimostrato che
se
uno passasse
la sua vita a mangiare hamburgers
allora il suo intestino si
modificherebbe al punto tale da avere una diversa, tangibile,
consistenza. La
carne, come tale -e quindi anche gli intestini- possiede sempre lo
stesso peso
specifico, qualunque cosa le passi attraverso. Fissiamo dunque questo
concetto:
poiché il peso specifico e il modulo elastico non subiscono
alcuna modifica di
conseguenza anche il suono non subirà alcuna variazione di
sorta.
Fino
alla metà
del Seicento si ha
inoltre notizia che venivano usati indifferentemente, nelle diverse
regioni d’Italia
budelli di capra,
agnello, castrato,
montone, pecora, lupo e… manzo;
leggetevi a tal riguardo
Attanasio
Kirker
(Musurgia
Universalis,
Roma 1650). Tutti questi materiali, sebbene apparentemente
così
diversi,
producevano comunque rinomate
corde musicali;
esportate in gran copia anche all’estero.
In
realtà sono
proprio la serie di
trattamenti chimici e le torsioni che applichiamo noi cordai alla
materia prima
che incidono in modo così profondo e radicale da cancellare
quell’eventuale minima differenza che taluni sogliono
decantare
al budello
pecorino rispetto a quello bovino o a quello del tanto osannato
montone: in
ultima analisi sembra più una questione di lana
caprina
che di sostanza.
In
verità il
cordaio può fare quasi
di tutto: corde rigide od elastiche, durature o fragili. Colorate o
non…bastasse davvero un po’ d’erba della
steppa
invece di quella della pianura
nell’alimentazione pecorina a permettere di ottenere, come
per
magia, buone
corde!
M:
Resta però la
questione della resistenza all’abrasione
superficiale: taluni ritengono che il budello di agnello sia migliore
perché più
duraturo allo sfregamento
dell’arco…
C:
Questo, in base alle
prove fatte, non risulta affatto
vero. Ben altri parametri entrano pesantemente in gioco come ad esempio
il modo
in cui la corda è stata rettificata, quanto si suona e si
suda,
quanto e come
le dita della mano sinistra premono sulle corde, etc.
M: E
la salvaguardia
del rispetto filologico?
C:
Beh, come
discuteremo più in là tendo a dividere la
filologia
di facciata
da quella di sostanza.
Vale a dire che
è
perfettamente inutile ricercare forsennatamente l’agnello
invece
del manzo (che
a conti fatti di per sé non incide minimamente nel suono)
come
taluni fanno se
poi essi stessi montano corde rigide, diametri antistorici e bassi
rivestiti di
stampo moderno. Non parliamo poi dei profili di tensione tra le quattro
corde…non trovate??
M:
Beh, si!
C:
Oltremodo coloro
che vantano
l’uso del budello di agnello si sono dimenticati di rimarcare
il
fatto che di
agnello probabilmente non si tratta, bensì probabilmente di
pecora...
M:
Scusi, ma come è
possibile sostenere questa affermazione?
C:
Semplice, vi
ricordate il fatto
che con tre budelli interi di agnello gli antichi ottenevano un
diametro medio
di
M:
…e allora
non ci resta che
concludere che questo è un budello più grosso;
non
può essere dunque di agnello!
C:
Esatto! Altro che
agnello. E lo stesso dicasi per
quello di montone, utilizzato principalmente per insaccati e
perciò proveniente
anch’esso da bestie di una certa età.
Paradossalmente
quello
che si
avvicina maggiormente alle condizioni del vero agnello di un tempo
è quello di
manzo, il quale viene tagliato in fettucce la cui larghezza fu a suo
tempo
studiata proprio al fine di riprodurre quelle del vero agnello di un
tempo.
Mettiamola
dunque
così: nella scala
dei valori che portano al suono
storico diamo dieci alla
qualità della
corda (elasticità, diametri storici etc) e un valore prossimo
allo zero
per tutte quelle cose che non incidono sul suono ma fanno immagine:
come
ad esempio il colore della corda e se volete anche…la
carrozza a
cavalli con
cui, o zelanti filologi, vi recate a suonare…
Del
budello intero o
tagliato…
C:
Domanda!
…talvolta mi sento chiedere se le corde di
oggi sono costituite da budelli interi oppure tagliati in fettucce: voi
che ne
pensate?
M:
Beh, abbiamo
orecchiato in giro qualcosa del genere;
in pratica che i budelli, un tempo, erano lasciati interi mentre oggi
no!
C: Non
è esatto:
questa pratica non deve essere
considerata antistorica o peggio tecnicamente inferiore.
M: A
noi veramente
hanno detto così…
C: Ah!
E allora
spieghiamo meglio questo punto: negli
statuti dei cordai portoghesi
del tardo Cinquecento e anche
negli Statuti
dei cordai di Roma del 1587,
1599 e 1642 (che sino alla fine del
XVIII
secolo furono la corporazione cordaia più importante
d’Europa) si proibiva sì
il taglio longitudinale del budello per
la realizzazione delle corde musicali, tuttavia questo divieto sta
proprio ad
indicare che c’era chi applicava questa tecnica.
Del
Seicento
conosciamo in verità
poco ma del secolo seguente sappiamo che l’operazione di
tagliare
il budello
fresco nel mezzo al fine di ottenere due strisce era, in Europa, una
pratica comune e coesistente con quella
dell’utilizzo del budello intero (vedere Klaus
Osse: "Highly
strung
in Markneukirchen", The Strad,
October 1993, pp. 964-7).
Ecco dunque una prima conclusione: l’impiego
delle strisce di budella è dunque anch’essa una
pratica molto
antica,
non soltanto moderna.
M: Ma
dunque quanto
incide nella qualità della corda
l’impiego di un sistema piuttosto che un altro?
C: In
base alle prove
fatte sinora sembra che la
differenza sia nulla,
forse quelle in budello cosiddetto intero
resistono potenzialmente di più allo
sfilacciamento superficiale ma questo fattore è influenzato
da
un numero
talmente elevato di variabili (prima elencato) che risulta difficile un
confronto.
In
ogni caso il
cosiddetto budello
intero in realtà è un budello che è
stato aperto
longitudinalmente da un solo
lato ottenendo così un’unica grande fettuccia!
Altrimenti,
mi
spiegate come gli
antichi potevano asportare per mezzo della raschiatura il grasso e le
membrane
inutili che si trovavano al suo interno? Il budello di cui si parla
mica è una
tubazione entro cui ci può passare una mano bensì
un
delicato tubicino
appiattito di qualche millimetro di larghezza soltanto. Eppoi vi
è la faccenda
dell’aria presente nel suo interno: vi siete mai chiesti come
essa possa
liberamente fuoriuscire in fase di torcitura??
M: E
già!
C:
Continuiamo: uno dei
difetti comuni alle corde fatte a
partire dal cosiddetto budello intero era costituito dal fatto che esse
si
presentavano con un certo grado di conicità: ce lo conferma
Leopold Mozart nel
suo Trattato (Versuch
eine
gründlichen Violinscule [...],
Verlag des Verfasser, Augsburg, 1756) ma
anche gli antichi liutisti del Cinquecento nei loro trattati (vedi ad
esempio
Capirola, 1517 ca.).
L’intestino tenue
infatti, per una questione di fisiologia, non è affatto un
cilindro di calibro
costate.
Le
corde fatte a
partire da
fettucce ottenute tagliando la budella in due si presentano invece
molto più
regolari lungo la sezione.
Dei
trattamenti
chimici…
C: Per
quanto riguarda
la resa acustica non si è notata realmente,dicevo,
alcuna differenza; anche qui
pesano in maniera estremamente
più incisiva il
tipo di trattamenti chimici disposti dal cordaio, la
quantità di
torsione
impartita al materiale e poi il modo con cui si rettifica la corda.
Scusate
ma…non
ditemi che
disprezzate una maggior regolarità della corda solo per il
fatto
che è stata
fatta con lo…storicissimo sistema del budello tagliato in
strisce!
M:
Niente affatto! Ora
che le cose sono state spiegate…ma
invece come si colloca la questione del manzo? In altre
parole…come si
presentano le fettucce di budello di questo animale?
C:
Allora, come prima
vi ho accennato le strisce di
budello di manzo che oggi si possono utilizzare si ottengono tagliando
il
budello in strisce larghe quanto basta per riprendere grossomodo le
dimensioni
fisiche medie di quelle che si ottengono dal budello (intero) di vero
agnello;
ecco che allora le varie corde fatte con questo particolare e
più regolare
materiale risulteranno composte sempre dallo stesso numero di strisce.
Per la
verità vi è anche un taglio più
sottile,
equivalente più o meno alla fettuccia destra
del budello di agnello.
M:
Destra??
C: E
si, osservate le salsicce
(dove si utilizza
appunto il budello di montone): non sono forse un po’
ricurve?
Ebbene quando si
taglia in due la budella il lato ‘destro’ risulta
più regolare stretto e
delicato mentre quello ‘sinistro’ appare
più
frastagliato e grossolano (questo
il lato che si attacca alle pareti interne della cavità intestinale)
e per questo si impiega per i
cordoni più grossi come ad esempio quelli per contrabbasso.
Con
il manzo questo
problema non esiste.
Sottoposte
alla
tradizionale serie
di bagni alcalini il budello fresco di manzo ed agnello sono alla fine
straordinariamente simili al tatto, il secondo per la verità
appare come una
membrana leggermente più sottile. Paradossalmente le
fettucce di
agnello e
manzo allo stato fresco sembrano molto più simili tra loro
che
il montone e
l’agnello!
M:
Quindi sembra di
capire che non è vero che il manzo…
C: Che
sia di
qualità inferiore? Nient’affatto, anzi: le
lunghe ed estenuanti prove comparative hanno semmai dimostrato una
maggiore regolarità
nella superficie della corda grezza (che si traduce in una
più
omogenea
levigatura) ed un carico di rottura lievemente superiore rispetto
all’agnello,
cosa non proprio disdicevole.
C: e
per quanto
riguarda la
sonorità?
M:
Ecco, le prove di
tipo acustico
eseguite con valenti musicisti applicando il metodo detto a
doppio cieco,
- lo
stesso usato per testare l’efficacia dei farmaci - ha
dimostrato
l’assoluta
qualità sia del materiale ovino che del bovino.
Intendo
qui affermare
che questi
signori non sono stati mai in grado di poter realmente distinguere il
suono delle
corde realizzate con budello ovino da quelle fatte con minugia bovina.
In
alcuni casi –
lo confesso- mi
sono dovuto persino spingere ad imbrogliare le carte, ma questo
soltanto e sempre
per amor di
verità:
Dicevo
infatti ai
musicisti che
testavano le corde d’esser materiale ovino
quando invece era bovino
o anche viceversa.
E
loro, sottolineavano sempre che il suono prodotto
dalle corde… ‘ovine’
era comunque
nettamente superiore alle altre.
Alla
fine delle prove
svelavo necessariamente
loro l’imbroglio; essi tuttavia non volevano ancora credere
che
questa fosse la
verità.
Non
li ho mai potuti biasimare: i miti –e
l’agnello ne è a questo punto certamente uno-
sono a volte necessari.
Nella
scala dei valori
dunque la
scelta di manzo od agnello (oppure il montone) sembra più
legata
a fattori di
filologia di facciata
piuttosto che di sostanza.
Questo
naturalmente è la mia personale opinione. Non vi nascondo
che
nonostante la
situazione generale esiste una piccolissima minoranza di esecutori, diciamo
(senza offesa) più integralisti
(ma è
meglio dire più autentici),
che
avendo studiato meglio l’argomento
‘corde’ non solo
prediligono montature
storiche ma anche trattamenti superficiali storici
(cioè levigatura a
mano con conseguente
potenziale rischio di falsità della corda) e budello
esclusivamente ovino.
Naturalmente
non resta
che
accontentare le loro richieste perché fondate su dei
rispettabili criteri.
Questo a patto però di poter trovare del vero agnello,
altrimenti…
Calibri
storici:
ovvero del negato accesso…
M: Ci
stava in
precedenza accennando del perché siamo respinti
dai calibri storici…non
riusciamo a capirlo!
C:
Prima di affrontare
il cruciale aspetto dei calibri ho
una domanda da farvi: il procedimento moderno
di fare le corde,
secondo
voi, è come l’antico??
M:
Mah, a questo
punto sembra proprio di no; chissà quali intrugli e
trattamenti
vengono fatti
oggi in più rispetto al procedimento antico!
C: E
invece nella
maggioranza delle fasi le differenze
sono minime; pensate che sono essenzialmente riconducibili
all’impiego di potassa
chimicamente pura per i bagni di sgrassatura prima descritti (invece di
utilizzarla impura proveniente dalle ceneri di piante),
all’acqua
ossigenata per
la sbianca finale al posto dei fumi di zolfo e per il fatto che le
corde non
vengono più levigate a mano ma rettificate a precise misure
commerciali per
mezzo di un’apposita macchina.
Bisogna
qui aggiungere
che i cordai
di oggi ben raramente partono a lavorare le budella veramente
dall’inizio ma si
giovano di budelli o strisce già ripulite dalle feci e anche
dal
grasso. Altrimenti
ci vorrebbe almeno un mese per ottenere le corde!
Le
budella sono
generalmente
conservate sotto sale, sistemate in grosse mazze composte ciascuna da
un
centinaio di budelli legati assieme ad un estremo con un nodo. Anche
nel
Settecento venivano conservate così. Ma in più vi
è la questione del sale di allume.
M:
Dell’allume??
C: Si,
esso è un
sale che può essere aggiunto ad un certo
punto della lavorazione e serve per indurire il budello a causa del suo
effetto
astringente (vedere
Philippe Savaresse:
"Cordes pour tous les
instruments de musique", in Charles-P.-L. Laboulaye:
Dictionnaire
des arts et manufactures,
3rd edition, vol. I, Lacroix, Paris 1865). Questo
trattamento
aggiuntivo risulta tuttavia
essenziale soltanto per le corde che sono in assoluto le più
sollecitate e
sottili, vale a dire i cantini del liuto, laddove noi tutti ricerchiamo
esclusivamente la massima resistenza alla trazione.
Del
perché gli
antichi ritorcevano molto i loro budelli…
M: Ma
allora
in
cosa consiste la differenza tra le corde attuali e quelle di un tempo?
C: Le
differenze sono
poche ma assolutamente determinanti
per la resa acustica!
La
prima differenza
consiste nel
fatto che le nostre corde sono generalmente ritorte troppo
poco,
e la
torsione sta al primo posto nel determinare o no la riuscita acustica
di una
corda. Gli antichi ritorcevano molto i loro budelli perché
conoscevano assai
bene l’importanza di tale procedura. Questo lo si deduce con
chiarezza dai
documenti, dall’iconografia (avete mai fatto caso che le
corde
dei quadri sono
quasi sempre molto ricciute se non avvolte addirittura a mazzetto, come
se
fossero di morbido spago?) e
dagli
spezzoni di
corda sopravissuti.
Più
una corda
è stata ritorta più morbida ed elastica
diventa, rendendo una miglior prontezza di suono, più
armonici,
una resa più
rotonda e pastosa, meno nasale e…
“vetrosa”. Un
budello così fatto vi offre
inoltre la preziosa possibilità di farvi accedere a degli
autentici pianissimi,
i quali possono partire realmente dal
nulla, emergere
cioè delicatissimi
e quasi impercettibili
da una sapiente
cavata d’arco e seguitare via
via
con
crescente e progressivo vigore fino a raggiungere i più
generosi
fortissimi.
Tutte cose negate –se
ci facciamo caso- sia alle corde di
budello poco
ritorte ma soprattutto alle moderne montature, le quali si devono accontentare
di star relegate in una elegante
ma, tutto sommato, noiosa via
di mezzo.
In
conclusione:
soltanto una corda molto ben ritorta presenta
la peculiare caratteristica della
totale modellabilità
acustica, quasi fosse morbida
creta
plasmabile tra
le mani del vasaio. E’ questa la caratteristica principe che
da
sempre si
riscontra nelle corde di alta qualità, la sola che permette
di
mettere in forma
di suono la ricca e complessa
varietà dei sentimenti umani
o, se preferite,
i cosiddetti affetti
di seicentesca memoria. Corde sì fatte
sono invero le sole in grado di potersi
adattare -senza reticenza ed inerzia alcuna- alle articolate esigenze
interpretative richieste dall’artista. Pensate per analogia
docile versatilità
necessaria ai muscoli del
volto di un
attore di teatro o di film muto: essi sono perfettamente in grado di
modellarsi
a richiesta, realizzando perfettamente ciò che viene loro
comandato. Ecco,
questo è esattamente quello che noi tutti vogliamo dalle
nostre
corde: esser
morbida creta tra le mani del vasaio!
Gli
antichi,
sembra inutile precisarlo, ben conoscevano i vantaggi indotti dalle
corde ben
ritorte; vi
cito ad esempio il Labarraque ("Minugiaio",
paragrafo "Corde
musicali", Nuovo dizionario
universale tecnologico di arti e
mestieri e
della economia industriale e commerciante,
tomo VIII, Giuseppe
Antonelli,
Venezia 1823, pp. 373-6: 375):
‘Il
segreto de’ più abili fabbricatori di queste corde
consiste nell’acquistata
attitudine, dietro l’operazione giornaliera, per dare ai
budelli
lisciva più o
meno forte, un torcimento e ritorcimento conveniente, per arrestare la
solforazione
quando conviene, e finalmente nel far tutte le operazioni a proposito.
Tutto
ciò risulta dall’esperienza, e non può
esprimersi
con le parole. In questa
fabbricazione non seguesi alcun principio fisso, locché
sarebbe
a desiderarsi”.
M:
Interessante! Non
sapevamo tutto questo; anzi si pensava che una corda molto ritorta
fosse anche
più rigida. Ma…se le corde devono essere fatte
tutte
nella medesima (seppur
ottima) maniera, non vi è forse il rischio di un conseguente
appiattimento
timbrico?
C:
Nient’affatto! Ricordate: non è la corda che
decide la
timbrica bensì il… legno
che ci mettiamo
intorno. Il
lavoro del
liutaio, insomma.
M:
E’ questo
dunque il motivo per cui una
stessa corda
montata però su strumenti diversi produce poi timbriche così
differenti?
C: E
già! Una
corda ben fatta è del tutto analoga ad una
tavolozza di un pittore in cui possiamo trovare a disposizione una
ricchissima
varietà di colorazioni.
Parimenti
accade per
la buona corda: essa contiene in sé,
addormentate, una
grande
varietà
di potenzialità timbriche così come una buona
tavolozza
contiene su di sé tutti
i colori immaginabili: sta poi a pittore scegliere, tra i tanti, quelli
che gli
servono per realizzare l’opera sua. Una corda non buona
invece
è molto simile
ad una tavolozza mediocre la quale invece
di possedere tutta quella
ricca varietà di
rossi, verdi, viola blu e
quant’altro vi
possa venire in mente ne possiede soltanto alcuni. Ora dite: in queste
condizioni che tela volete che un pittore, per
quanto bravo possa
essere,
riesca a dipingere??
M:
Si, è
chiaro: per quanto Caravaggio
esso sia,
disponendo soltanto di un po’ di giallo e di viola non ci si
può davvero
aspettare molto…ma tornando a noi, fino ad ora credevamo
davvero
che una corda
molto ritorta si presentasse anche più rigida
perché in
qualche modo più serrata,
compattata
dalla quantità di torsione insomma!
C: E
invece è
l’esatto
contrario! Ecco quindi un primo passo: richiedere sempre corde molto
ritorte
tranne
che per i cantini,
dove la quantità di torsione deve essere un po’
più
ridotta.
M: E
come mai? Non si
perde in sonorità?
C: In
maniera
impercettibile; il fatto è che all’aumentare della
torsione aumenta anche la
quantità di allungamento longitudinale della corda posta in
trazione e questo
si traduce in non solo in una minor resistenza tensile ma anche ad una
maggior
propensione allo sfilacciamento delle fibre esterne alla corda, in
quanto è
richiesto loro un maggior allungamento sì che qualcuna di
loro
potrebbe alla
fine cedere. E così bisogna trovare un indispensabile
compromesso: bassa
torsione solo per i cantini di
liuto, lo strumento che in assoluto
sfrutta
al massimo il rapporto fra lunghezza vibrante e resistenza utensile
della
corda, media torsione
per i cantini del violino e violoncello
ed altissima
torsione per le seguenti
più grosse, in modo da stanare
al massimo
tutta l’elasticità potenzialmente ricavabile
sì da
trasformarla in suono e
modellabilità acustica!
M: E
per la viola e il
contrabbasso?
C: Per
la viola,
strumento che come noto è stato probabilmente volutamente accorciato
rispetto al teorico per essere più maneggevole (e forse
anche
per avere una
necessaria controparte acustica al carattere brillante e da
protagonista di
violino e violoncello), è importante utilizzare corde in
alta
torsione; per il
contrabbasso e anche violone stessa cosa, visto i grossi diametri di
corda in
gioco.
In
altre parole
è perfettamente inutile aver acquistato
una potente e costosa automobile se poi andiamo a montarvi le prime
gomme che
ci passano a tiro, non vi sembra?
M:
Siamo d’accordo
ma… perché le corde non
vengono d’ufficio sempre ben
ritorte dai cordai?
C:
Perché molti
cordai,
anche se ottimi artigiani, non ne capiscono appieno
l’importanza:
ricordate che
sovente essi sono figli della produzione di rigidi fili per sutura chirurgica
o di dure corde da tennis, non di
corde da musica.
M:
…E
così ora possiamo
finalmente accedere ai calibri
storici!
C:
Manco per sogno!
M:
Glab!
C: Vi
è ancora
quell’elemento, abusato eccessivamente dai cordai di oggi, ed
è quel sale di
allume prima accennato: come si diceva poc’anzi, esso viene
impiegato oggi
massicciamente per indurire indiscriminatamente qualunque tipo di corda
di
budello.
M: Ma
a che pro??
C:
Molti cordai sono
convinti che questo faccia bene al suono ma in realtà lo
soffoca. La verità
consiste nel fatto che una corda rigida si rettifica e leviga con poca
fatica e
meglio rispetto ad una più morbida ed elastica. Pensate alla
differenza di
qualità esistente in una superficie lucidata tra il duro
ebano
ed il soffice abete.
In conclusione fare corde in bassa torsione (poco ritorte,
cioè)
e trattate
all’allume riduce notevolmente i tempi di produzione
riducendo al
minimo la
tediosa, lunga e faticosa fase di torcitura manuale. Corde di questo
genere
infine si
rettificano alla macchina con
minimo scarto e grande effetto di superfici estremamente lisce, belle a
vedersi.
Le
corde trattate con
allume poi, non dimenticatelo mai,
presentano il brutto vizio di rompersi sovente d’un
tratto,
magari
durante un concerto, e questo senza alcun preavviso, come ad esempio
può essere
dato dall’inizio di uno spellamento superficiale o altro
ancora.
Non
ditemi che non vi
è mai successo!
M: Si,
ne abbiamo
purtroppo memoria…ma queste corde più rigide
quando
cominciarono a comparire?
C.
Probabilmente in
concomitanza, verso gli inizi del XX secolo, con la caduta verticale
della
produzione artigianale italiana (causata da massicce emigrazioni
indotte da
guerre, avvenimenti politici, carestie e disastri ambientali)
sostituita dalla
massiccia e soprattutto industrializzata (e successivamente
meccanizzata)
produzione tedesca.
Negli
anni ’30 il
Forino (II violoncello, il
violoncellista ed i
violoncellisti, Hoepli, Torino
1905, pp.
54-5) ad esempio scrisse:
"Le corde tedesche hanno il pregio
della resistenza e, come tutti i prodotti di quella nazione, hanno
anche quello
del buon prezzo. Sono levigatissime, dure al tatto tanto da sembrare di
acciaio: anche il suono risente di tale durezza".
M:
Quindi dovremo
abituarci tutti a richiedere sempre corde ben ritorte e con poco
allume,
giusto??
C:
Bravissimi, per
riconoscere se sono state trattate con questo sale basta masticarne un
poco un
estremo: se si avverte alla lingua un effetto decisamente astringente,
simile a quello che si prova assaggiando un caco non maturo allora
siamo in
presenza di allume.
Le
corde ben ritorte e
prive di allume risultano infine,
per loro intrinseca natura, molto più
stabili in intonazione
delle
omologhe più rigide e meno ritorte; e questa non
è cosa
da poco!
Ma
non dimenticate
tuttavia di orientarvi, per il
violino, verso cantini mediamente ritorti altrimenti oltre che avere un
bel
suono avrete anche il rischio della sfilacciatura prematura della
corda! Per il
cello potete cercare cantini ben ritorti ma soltanto a patto che siano
pochissimo rettificati.
M: Si
ma…come
si riconosce l’alta torsione?
C:
Sano quesito,
questo!
Ecco qui un disegno chiarificatore:




In
pratica dovete
osservare l’angolo di torsione della
fibra delle corde e sentirle più morbide al tatto. Non
è
difficile.
In
altre parole: per
poter accedere ai diametri di un tempo bisogna dunque fare le corde
come una
volta, cioè ben ritorte e con gran parsimonia di allume!
Tutto
questo vale in
materia di suono ma…cosa dire in materia di durata e tenuta
di
accordatura??
M: Ma
no!, non ci dica
che vi è ancora dell’altro!
C: Si,
invece. Allora, Oggi
disponiamo di
materiali super-lisci e calibrati al millesimo di millimetro e siamo
talmente
abituati ad osservare tutto questo nelle corde di metallo che andiamo a
ricercare
la stessa qualità
anche
nel
budello nudo. Ma questo è un errore assai grave. Ricordiamoci:
non sempre la mela più bella è anche
necessariamente la
più buona!
Biancaneve insegni…
La
mela
di Biancaneve…
M:
Questo
è un altro
punto che francamente non capiamo: cosa vi è di male in una
corda ben levigata
e liscia?
Non è forse essa
ben
lavorata
e quindi migliore?
C:
Chi
guarda
correndo non
vede,
recita un proverbio
iraniano. A volte viene, senza
malizia di pensare, che molti di voi siano più esperti di
arti
visive
o tattili che di arti
acustiche
…
il
nostro metro ci porta sovente in questo campo ad errori importanti
nella
valutazione e nella scelta delle corde, cercando in buona fede
caratteristiche
trascurabili o addirittura negative ai fini della qualità,
ma
tralasciandone
altre molto più importanti: la superficie è una
di
quelle, e il metro che noi
usiamo deriva dal nostro essere uomini del 2000, avvezzi ad avere
sempre
davanti agli occhi levigatissime corde di metallo o in materiale
plastico e non
campioni di antiche corde di budello, ad esempio.
M: In
che senso?
In
tema
di superficie…
C:
Osserviamo per un
attimo come è costituita una corda; essa non è
altro che
un irregolare fascio
di fibre di budello secche fortemente avvinghiate tra loro, o meglio
dire
incollate in forma cilindrica.
Una
corda grezza si
presenta quindi tutt’altro che liscia
ed omogenea.
Pur
essendo
perfettamente cilindrica essa presenta (e si
presentava) sempre una fluttuazione irregolare del suo diametro per
tutta la
sua lunghezza (cioè 6-7 mt di corda intera al telaio di
essiccamento!) ed una
superficie
a sua volta
irregolarmente ruvida.
Pensiamo per un
momento alla superficie di un grissino integrale…
M: E
come facevano una
volta a lisciarle?
C:
Mah, prendevano un
po’
di erba seccata dalle proprietà abrasive come
l’Equiseto,
detta anche coda di
cavallo o Asperella, e la sfregavano sino a regolarizzarle un attimo e
lì ci si
fermava (vedere
Francesco Griselini: Dizionario
delle arti e mestieri, vol. V,
Fenzo, Venezia 1769, voce
"Cordajuolo
di corde di budella", pp. 124~33 e la tavola XIII).
A
volte si usava pure
pomice in polvere se non proprio
vetro polverizzato umettato d’olio.
M: Uno
schifo, insomma,
per la qualità della corda!
C: E
invece no.
E’ vero
semmai il contrario.
M:
Il…il
contrario?!
I
segreti della
rettifica e della levigatura…
C:
Strano vero? Allora
chiariamo il tema della
superficie.
Le
nostre corde
rettificate
meccanicamente presentano superfici perfette e misure commerciali
precise, che
so…0,60; 0,62; 0,64 etc. Ma una superficie così bella
è anche
altrettanto bella in tema di funzionalità e resa acustica??
Questa è la vera
domanda che dobbiamo porci.
M:
Capito! Ma che
differenza c’è tra levigatura manuale e
rettifica ? Come funziona la rettifica meccanica?
C: La
corda, supportata
longitudinalmente da una sottile
lamina chiamata ‘coltello’ viene fatta ruotare
vorticosamente su sé stessa e
contemporaneamente avanzare in avanti per mezzo di una mola abrasiva
inclinata
che la tocca da un fianco. Dal fianco opposto,ad una distanza regolata
via via
al diametro di corda richiesto ed in contrapposizione alla mola di
avanzamento
, vi è una altra mola funzionante ad alto numero di giri che
ha
il compito di
grattarne la superficie. Mediante diverse ‘passate’
successive si arriva così a
lisciare la corda alla misura commerciale richiesta.
Una volta tutto questo si
riduceva
invece ad una leggera passata di
levigatura manuale. Levigatura e rettifica dunque sono due cose diverse:
Mentre la rettifica è una operazione che mira ad imporre con
la
forza un
preciso diametro asportando anche cospicue quantità di
materiale, la levigatura
manuale invece ne rispetta sostanzialmente il diametro di base e
l’integrità
delle fibre; aspetto questo basilare per la durata di una corda e per
la tenuta
di accordatura.
Ecco
allora che bello estetico
e bello funzionale non
coincidono
più. Insomma è un po’ come la
differenza che esiste
tra il pane bianco
e
quello integrale:
tanto bello ma povero di elementi nutritivi
il primo
quanto ruvido, brutto a vedersi ma ricco
di proprietà il
secondo.
M:
Accidenti, e chi lo
avrebbe mai pensato? In pratica la
faccenda del liscio sembrerebbe dunque una gran cavolata!
C:
Beh, non
dimentichiamo l’unico importante vantaggio:
le corde rettificate non sono mai false. Un tempo questo fu il
principale
problema e tutti non facevano altro che testar corde con la prova
descritta da
Ganassi (Lettione Seconda,
1543) , Mersenne e molti altri.
Pensate, fu
soltanto con Pirazzi nel 1885 che si poté disporre di una
sorta
di levigatura
meccanizzata che poteva garantire la perfetta omogeneità
della
misura ed
evitare così la falsità. Tutti gli altri tuttavia
continuarono con la imprecisa
levigatura manuale. Bisogna giungere a dopo la seconda guerra mondiale
per
veder diffondere le attuali macchine…
Vi
mostro ora il test
di prova di
una corda tratto da Mersenne (1636):



M.
Mersenne: Harmonie
Universelle, Paris 1636
M: Ma
come funziona
questo test?
C: Si
tira la corda tra
le mani facendo in modo che sia
un poco tesa e si pizzica da una lato; se ne osserva la vibrazione: se
è
uniforme la corda è buona altrimenti si vedrà
all’interno del fuso di
vibrazione un certo, irregolare guizzo che si muove in su e in
giù.
M:
Capito!
C:
Continuiamo…fuso di vibrazione a parte, con la
rettifica meccanica si rompono inevitabilmente una certa
quantità di fibre
superficiali: tutto questo rende la corda meno duratura e
più
sensibile alle
variazioni di umidità a causa della presenza di fibre
aperte,
oltre che
manifestare una lieve perdita
di prestazione acustica.
M:
Perdita acustica??
Come è possibile?
C: Non
ho una risposta
completamente esauriente: ci si sta ancora
studiando…probabilmente le fibre
rotte non partecipano in modo attivo al formarsi della vibrazione e
agiscono
pertanto come un elemento passivo, smorzante.
M: Ma
allora…
allora
bisogna ritornare subito al sistema antico. Perché perdere
suono
e durata di
corda??
C:
Calma, calma; non
dimentichiamoci del problema della falsità e anche del fatto
che
con il sistema
antico non esisterebbe più la comoda scalatura
di
diametri a cui tutti
siete da sempre
abituati.
Del
micrometro e della piastrina misuracorde…
M:
Anche questo
è vero,
dimenticavamo la questione della scalatura…ma come facevano
una
volta ad
ordinare che so, una calibro
C: Non
lo potevano
certo
fare… Paganini infatti non chiedeva certo cantini da violino
da




Corde
di Paganini, Genova Palazzo Rosso 2002
M. Ma
come!
C:
Ascoltate
attentamente: con la levigatura a mano non si poteva certo ottenere
quello che
otteniamo oggi a macchina ed inoltre non disponevano del micrometro,
diffusosi
soltanto dopo gli inizi del XX secolo.
Parliamo
per un attimo
degli strumenti di misura del
diametro: fino agli inizi del XIX secolo non si ha menzione alcuna di
un
qualche aggeggio che fosse a disposizione del musicista per misurare il
calibro
delle corde. Mersenne tuttavia suggerisce al lettore di arrotolare ben
compattate un certo numero di spire (poniamo dieci)
intorno ad un cilindro e di
misurarne
l’intera larghezza e dividere il tutto per il numero di spire
stesso, dieci nel
nostro caso…
M:
Geniale!
C: Nel
XIX invece e
fino
a 60, 70 anni fa i musicisti disponevano tutti di una piastrina di
metallo
rettangolare dotata di uno stretto intaglio a ‘V’
detta misuracorde
o gauge:
si poneva la corda al suo interno e più ci si spingeva verso
il
vertice più
significava che essa era sottile. Ai bordi del detto intaglio vi erano
delle
tacche come quelle di un righello con aggiunte in prossimità
di
alcune di loro
delle lettere come ad esempio
E. A; D,
G: esse stavano ad indicare sommariamente le misure di corda del
’mi’, ‘la’ e
‘re’ del violino mentre il ‘G’
stava ad
indicare il diametro
esterno che doveva prendere la
quarta rivestita. E ci si
arrangiava così. Altro che sterile precisione moderna.
Ecco
ad esempio il
misuratore di Louis Sphor (Violinschule
[...],
Tobias Haslinger, Wien 1832, pp. 13-4):




L.Sphor,
Violinschule
,1832: gauge
Strano
no? Ci
affanniamo oggi a ricercar vitree
superfici, misure esatte, scalature perfette quasi fossimo architetti e
non
musici ma della vera qualità che a noi, a voi
tutti realmente interessa
(durata della corda e sonorità)
nulla, nulla
dico!
M: Non
sappiamo che
dire…
C: Non
preoccupatevi,
è
solo uno sfogo. Andiamo avanti su questo tema tanto interessante quanto
intrigante.
M: Si,
continuiamo per
piacere…
Dei
fili di
budello…
C:
Orbene, si diceva
dei
calibri…. un tempo l’indirizzo generale del
diametro era
dato esclusivamente
dal numero di budelli –detti allora
‘fili’-
accoppiati: la levigatura a
mano infatti non incideva in modo
sostanziale su questo parametro.
Il
cantino di
violino prendeva quasi sempre –espressi nel cosiddetto
budello intero- 3
fili, 5 per il la e 9 per il re (vi sono
un’infinità di documenti, citiamo soltanto De
Lalande,
1760 ca.; un manoscritto
anonimo degli inizi del XVIII secolo (‘Libro
contenente la maniera di cucinare e vari segreti e rimedi per malattie
et
altro’, manoscritto,
Reggio Emilia,
Biblioteca Municipale Panizzi, Mss, vari E 177) ed infine il manuale di
Maugin & Maigne, (Nouveau manuel
complet du
luthier, 2nd edition, Roret,
Paris
1869, p. 184).
La viola
–ora lo si sa- seguiva pari pari le proporzioni di corda del
violino, in altre
parole utilizzava le sue seconde, terze e quarte che divenivano
rispettivamente
le prime, le seconde e le terze. A completare la muta bastava quindi
aggiungere
la sola quarta rivestita.
Così
quando
servivano ad esempio cantini di violino loro
non facevano altro che comprarne una certa quantità, in
genere sulla
trentina disposti tutti a rotolo
entro una busta oleata
caratterizzata dal
n° 3 impresso sopra; vale a dire 3 budelli.
All’interno vi era
il… misto mare, naturalmente.
M:
Misto mare??
C: Si,
vale a dire
corde
levigate naturalmente a mano (con la relativa ottima qualità
di
durata) e ben
ritorte ma i cui diametri variavano entro un range minimo e massimo
abbastanza
ampio per le nostre attuali abitudini. Questo perché i
budelli
di partenza
–essendo una sostanza naturale- non hanno tutti esattamente
la
stessa misura.
In pratica un cantino di violino n° 3 poteva variare il suo
diametro entro i
limiti statistici di 0,65-
M: E
allora?? Un bel
problema!
C: E
allora con il
misuracorde a piastrina si eseguiva quindi una sorta di scrematura
di
quelli giudicati troppo sottili o troppo grossi. Ma non è
finita
qui!
M: Ma
come, non bastano
già questi limiti? Questi problemi?
C:
Evidentemente no:
una
volta selezionate quelle di
misura utile
occorreva fare a ciascuna di queste il test della falsità,
in
modo da
suddividere quelle perfette
da
quelle che lo
erano un po’ meno (pur essendo tuttavia ancora accettabili)
da
quelle veramente
cattive.
Ecco,
solo adesso il
lavoro è finito!
M:
Abbiamo capito!
Lasciamo perdere l’idea di tornare a levigare le corde come
un
tempo….
C:
Vale la pena invece
di
ragionarci sopra ancora e trovare finalmente un compromesso tra il
vecchio
sistema e la nostra tecnologia, e questa soluzione oggi esiste!
M:
Fantastico! Di cosa
si
tratta?
C: Si
tratta di
rettificare non al liscio perfetto bensì a mezza
via. In
pratica si può
parlare quindi di una corda semirettificata. Ci si limita in altre
parole a
regolarizzarne soltanto il diametro (togliendone pertanto la potenziale
falsità
di vibrazione) lasciando sostanzialmente intatte le fibre superficiali:
M: E
come si presenta
una
corda simile? Sinora non ne abbiamo mai viste.
C:
Più o meno
come quelle
di un tempo, vale a dire con una delicata ondulazione della sua
superficie
appena percettibile al tatto: indice sicuro che le fibre sono sane. In
virtù
del fatto che questa operazione si compie a macchina e non a mano
possiamo
stare certi che il rischio di falsità è
totalmente
scongiurato! E inoltre
durano molto di più delle ordinarie oliate e persino anche
di
quelle
verniciate. Senza parlare poi dell’effetto
maccherone…
M:
Effetto…
maccherone??
C: Si,
scusate
l’esempio
-certamente un po’ sbilenco- ma è
l’unico che al
momento mi passa per la mente:
vi siete mai chiesti perché i maccheroni si presentano
così rigati? Effetto
estetico a parte il fine pratico è quello di facilitare
l’aderenza del sugo di
pomodoro sulla loro superficie. Ecco, lo stesso si può dire
per
le corde
semirettificate; esse fanno aderire in maniera migliore
e duratura
la
pece con gran vantaggio, lo si capisce,
per chi suona.
M:
Molto chiaro; e
quindi, se abbiamo afferrato,
stiamo qui
coniugando i vantaggi del sistema antico e moderno in uno stesso tempo!
Fantastico!
La
trappola della
scalatura…
C: Si,
è proprio
così.
L’unico neo per noi moderni ci è dato dal fatto
che con
questo sistema non si
potranno più ordinare, oimè, precisi
calibri di corda..che so…0,60; 0,62; 0,64 etc
bensì circa
0,60; circa
0,62; circa
0,64 eccetera.
M: E
già, un bel
problema!
C:
Mmm!…vedo che
siete
caduti nella trappola!
M:
Trappola?
C: Si,
la trappola
consiste
nell’importanza che ho dato per un attimo alla faccenda della
scalatura moderna
dei diametri e poiché vedo ora delle facce curiose intorno a
me
non esiterò a
spiegarvi.
Dunque,
come è
noto i diametri di corda di budello
presenti sul mercato seguono oggi dei precisi incrementi di diametro
(0,60;
0,62; 0,64; 0,66 etc oppure una progressione per numeri dispari): tutto
questo
può avvenire perché abbiamo la rettifica
meccanica: basta
impostare un diametro
e lei lo esegue.
Tuttavia
si è
scoperto di recente che questa stretta
scalatura, oltre a non essere storica,
risulta, ai fini pratici
sostanzialmente inutile
e
questo per due
buoni motivi.
Il
primo parte da una
banale constatazione: la
sensibilità posseduta da un musicista medio nel rilevare
l’aumento di tensione
che incorre nel passare da un certo calibro ad uno leggermente
superiore si
aggira intorno al semitono scarso. Questo sta a significare che se si
parte da
un diametro di
Il
secondo motivo
verte su una questione fisica: una
corda da
M: Ma
allora che senso
ha
comprare una corda da 0,60 ed una da 0,62? Se abbiamo capito bene al di
là del
fattore umidità ben difficilmente se ne avvertirà
la
differenza!
C:
E’ esatto,
ecco perché
il circa
0,62 etc… di cui prima vi accennavo, nel caso
delle corde
semirettificate non deve assolutamente spaventarvi…in base
alla
mia spiegazione
di poc’anzi avrete comunque corde che soddisferanno
pienamente i
vostri criteri
di tensione.
M: Ma
ora, per piacere,
possiamo fissare in sintesi dei concetti sulle corde? In altre parole,
quali
sono le caratteristiche salienti atte a definire una buona corda?
C: Si
scusate…ecco: le
corde assolutamente migliori sono quelle che possiedono le seguenti
caratteristiche:
-sonorità
corposa e vocale (non ‘nasale’ o
‘vetrosa’
insomma)
-elevata
escursione dinamica
-facilità
di
messa in voce
-stabilità
ai
cambi climatici
-durata
della corda
Al
fine di ottenere
tutto questo le corde dovrebbero
essere realizzate come segue:
-In
alta torsione
(media torsione solo per i cantini da
violino).
-Con
poco o nullo
allume indurente.
-Che
siano di tipo
semirettificato o perlomeno che la
rettifica sia
stata mantenuta assai
leggera, che ci si sia fermati al cosiddetto primo
liscio
insomma.
Dell’oliatura
e
della verniciatura…
Ricordatevi
che queste
indicazioni sono di tipo generale:
nel caso dei cantini di violino e cello il punto 1) va sostituito con
la ‘media
torsione’. Come si può osservare
–trattandosi di
identificare le migliori
caratteristiche di resa acustica e durata nel tempo ho intenzionalmente
trascurato la faccenda del colore della corda e del tipo di budello
impiegato,
fattori questi ininfluenti sulla sonorità. A
questo punto direi che non
servirebbe neanche la
verniciatura…
M:
Ecco, la
verniciatura!
Le corde verniciate sono infatti molto comuni, oggi. Spesso ordiniamo
proprio
corde di questo tipo.
C: Si,
è vero.
La
verniciatura è tuttavia un’invenzione
relativamente
recente, probabilmente fu
un invenzione fatta su misura per le corde da arpa, anche se alcuni
campioni di
corda per violino risalenti agli anni a cavallo tra le due guerre
mondiali da
noi reperiti si presentavano verniciati.
M:
Quali vantaggi
offre?
E’ chiaro che non ha nulla da spartire con la filologia!
C:
Sì, infatti;
la
verniciatura in pratica va in qualche modo a rintuzzare i danni causati
dalla
rettifica moderna: essa blocca le fibre superficiali danneggiate dalla
rettifica meccanica e costituisce inoltre un manto protettivo
all’usura e al
sudore delle mani. Per contro… essendo una sorta di
armatura,
impedisce un
tantino i movimenti vibratori della corda. Sì, le corde
verniciate durano un
po’ di più delle equivalenti oliate (e costano un
po’ di più) ma queste ultime
godono della miglior resa acustica possibile. Oltremodo una dura e
speculare
superficie verniciata causa più facilmente lo scivolamento
del
crini con
conseguente emissione di fischi, soprattutto se si suona in quelle
chiese umide
e fredde che voi ben conoscete…
M: Si
abbiamo capito..e
dell’oliatura? Sappiamo che le corde un tempo venivano unte
d’olio.
C:
Sapevo che ne lo
avreste domandato! Allora, l’oliatura è una
procedura
sicuramente storica.
Taluni
nell’Ottocento tuttavia non la
sopportavano perché con l’olio si rischiava di
rovinare i
crini dell’arco.
Quello che io posso dire è che essa ha una certa efficacia
(miglioramento della
resa acustica, maggiore tenuta di intonazione…) soltanto se
la
corda la si
lascia immersa almeno una settimana di fila per le più
sottili
fino a 15-30
giorni per quelle di contrabbasso. Meglio se vengono lasciate
costantemente
immerse
nell’olio entro un
recipiente e
tirate fuori soltanto quando servono. Non serve assolutamente passare
un po’ di
olio sulla corda così, tanto perché ci pare di
ricordare
che qualcuno ci ha
detto che serve! Ci rimette soltanto la resa acustica, che diventa un
poco
ovattata. Infine bisogna ricordarsi di pulire bene –anzi benissimo-
la
corda in tensione con uno straccio prima di appoggiarvi sopra il crine
altrimenti lo rovinate!!
M: Ah
ecco, buono a
saperlo!
C:
Eppoi l’olio
adatto è
innanzitutto quello di oliva seguito da quello di mandorle dolci.
Qualcuno
usa oggi olii
diversi da questi ‘storici’ come
ad esempio quello di lino trovandovi un miglior vantaggio nel
costituire una
barriera all’umidità. Non sono in grado di dirvi
però se questo possa
introdurre dei problemi alla corda. L’olio di oliva migliore
è sicuramente
quello di prima spremitura (cercate quello il meno vischioso possibile,
al fine
di poter penetrare facilmente nel budello) e a bassa acidità
(minore dello 0,3
%). Per non farlo irrancidire taluni aggiungono una piccola dose di
olio di
lauro oppure qualche grammo di pallini di piombo.
M. E
per quanto
riguarda la loro conservazione?
C: Il
vero nemico di
una corda di budello è l’umidità,
non il calore:
se esse sono sigillate
ermetiche entro bustine di plastica possono durare addirittura diversi
decenni,
in alternativa riponetele entro una scatola di latta o in un sacchetto
di nylon
a tenuta ermetica.
Della
pece e della sua ricetta…
C:
Ecco, ora che
abbiamo
definito cosa si intende per qualità di una corda possiamo
qui
ricordare
brevemente l’importanza della pece.
M:
Anche la pece?? Noi
per la verità usiamo quelle commerciali e ne siamo
abbastanza
soddisfatti.
C: Si,
però…ricordate
l’effetto domino? La formulazione di una pece, e quindi anche
di
quelle
storiche, è sempre in relazione al tipo di corda che deve
muovere. Ecco che
allora metto qualche dubbio nell’uso delle peci moderne,
bilanciate per
ottenere la miglior resa su corde
di metallo. Quelle antiche
invece
furono bilanciate per rendere al meglio con quelle
corde. La
pece
infatti sta alla corda come il fondoschiena
sta alla
sella…
M: Si,
l’idea
è resa! Ci
sembra, e a ragione crediamo, che adesso si possa finalmente cominciare
a
parlare dei calibri storici!
C: Ci
siamo quasi, in
verità abbiamo due ultimi nodi da dipanare prima di
addentrarci
nell’argomento
dei diametri di corda; vale a dire le tipologie di corda che furono a
disposizione nel passato e la questione dell’eguale tensione,
dell’eguale
sensazione tattile di rigidità e della tensione scalare.
M:
Benissimo!
C:
Ora, se ben
ricordate,
all’inizio del nostro incontro vi ho fatto una battuta
sull’utilizzo delle
corde rivestite moderne...
M: Si,
ricordiamo…
C:
Bene! Fissiamo
innanzitutto uno spartiacque
fondamentale: il periodo in cui
sono la
comparsi i bassi rivestiti:
M: Se
non sbagliamo
andiamo, per il violino, alla metà del
Settecento…in
Italia le filate non
sembra che si conoscessero prima…
Delle
corde rivestite e del loro tempo…
C: No,
no! Vecchie idee
meritevoli di aggiornamento! La prima menzione delle corde filate
risale ad un
manoscritto inglese del 1658 recentemente scoperto (Samuel
Hartlib: "Ephemerides", manoscritto; locazione non conosciuta dallo
scrivente) mentre il primo
annuncio ufficiale dato alle stampe,
sempre
inglese, è del 1664 (An
introduction to the skill
of music [...]. The fourth edition much enlarged, William Godbid for John Playford,
Thomas
Mace (Musik's monument
[...], the author & John Carr, London 1676, pp. 65-6.)
nella
sua
ricca disquisizione sulle corde per liuto e viola da gamba non le
menziona
affatto e così fa Talbot (vedere Robert
Donington:
"James Talbot's Manuscript, II: Bowed strings", The
Galpin Society
journal, III 1950, p. 30) allo
scadere del Seicento. Si
trova
aggiunto nel testo, tuttavia, una noticina di più recente
datazione che accenna
–per
gli strumenti bassi- a tale
possibilità. Un documento Italiano del 1677 accenna, per un
violone,
alle corde gravi filate in
argento (vedere Patrizio
Barbieri:
"Cembalaro, organaro, chitarraro e
fabbricatore di corde armoniche nella 'Polyanthea technica' di Pinaroli
(1718-32): con notizie inedite sui liutai e cembalari operanti a Roma",
Recercare,
1, 1989, pp. 123-209:198: da una fattura del costruttore di chitarre
Alberto
Platner: "due corde di violone,
una di argento et un'altra semplice".
Per
la
verità i primi documenti che indichino
chiaramente la presenza di quarte
ricoperte nel violino e nel
violoncello risalgono agli anni 1685-7 e sono due quadri di Antonio
Gabbiani.




Antonio
Gabbiani, 1685 ca.
Esistette
quindi
certamente un periodo di transizione che
si può collocare intorno agli anni 1670-1690, periodo in cui
probabilmente ci
si avvaleva ancora dei vecchi bassi in puro budello la cui tecnologia
è ancora
avvolta nel mistero.
M: Nel
mistero??
C: Si,
perché
non
possediamo ancora documenti diretti che spieghino qualcosa sulla loro
tecnica
manifatturiera. Al momento vi sono pertanto soltanto due
ipotesi in
ballo.
La
prima e più
vecchia ipotesi, parte dalla constatazione
(condivisa anche dalla seconda
ipotesi)
che una corda di budello di oggi, per quanto sia stata ben ritorta non
è
assolutamente in grado, oltre certi diametri, di produrre un suono
accettabile.
In pratica nelle corde più grosse, necessarie a produrre il
suono del basso,
prevale pesantemente lo smorzamento interno. E quindi sono
completamente tonfe,
vale a dire inutilizzabili. Ma al tempo le montature erano tutte di
solo
budello! E allora?? Quale
soluzione??
M:
Già! Quale?
In
tema
di Catlines…
La
prima soluzione
proposta, a partire da 1975,
consistette
nel ritorcere due o tre
corde assieme al fine di riprodurre la struttura di una gomena marina
andando
quindi ad incrementare la loro elasticità e di conseguenza
la
resa acustica.
Corde di questo tipo vengono oggi commercialmente chiamate
‘Catline’ in omaggio
alle ‘Catlins’ o ‘Catlines’ di
un tempo, che fu
una tipologia di corda in puro
budello per registri medi e bassi effettivamente esistita nel corso del
Seicento. Esse si presentano oggi sia come nodose funicelle, o con una
superficie liscia, entrambi i tipi si presentano più morbidi
delle tradizionali
corde in alta torsione.
Le
Catlines del tempo
venivano fabbricate esclusivamente
nell’Italia centro settentrionale ma gli Inglesi, e soltanto
loro, le
chiamarono con questo nominativo.
M:
Curioso! E noi che
pensavamo che fosse soltanto un nome commerciale moderno, inventato
appositamente allo scopo…ma perché quelle di oggi
sono
avvolte secondo il
sistema in uso nelle gomene marine?
C:
Secondo alcuni
ricercatori la parola ‘Catline’ si può
scomporre in
‘line’, cioè gomena mentre
la desinenza ‘cat’ andrebbe ad indicare un punto
preciso
del battello dove pare
si attaccasse la gomena dell’ancora…
M: Ci
sembrano queste
pure supposizioni…vi sono documenti in merito che indichino
questa tecnica
anche per quelle del Seicento?
C:
Purtroppo no, ma la
cosa
curiosa è che in
seguito a
diverse
feroci critiche a partire dal 1994 hanno pensato che il termine
‘Catline’ non
derivi affatto da un presupposto nautico bensì dalla Catalogna:
una regione della Spagna dove nel
Cinquecento si producevano corde in budello.
M:
Scusate ma non
capiamo
proprio dove si trova il perno su cui fare leva per giustificare
questa…questa
sorta di ribaltone!
C: La
nuova motivazione
adottata si basa sulla constatazione (reale) che tutte le corde del
tempo
prendevano il loro nome dalla zona di produzione; Romans, Pistoys,
Minikins
(Monaco di Baviera) Lyons, Strasbourg etc…:
Perché non le
Catlines, dunque? Va
notato che con questa nuova interpretazione del nome cade quindi
l’unico,
sottile motivo che legherebbe le Catlines alla
tecnica di costruzione delle gomene oggi
utilizzata nelle corde commerciali con tale nome.
M: Vi
sono prove
documentarie che legano
C: No!
M:
Capito…e la
seconda
ipotesi?
Del
budello pesante…
C: La
seconda ipotesi
prese piede in modo embrionale verso il 1990
e proseguita da me per
più un decennio. Essa si
basò su di
un’osservazione assai interessante: nei ponticelli di diversi
liuti originali
sopravissuti i fori per le corde del registro grave sono assai
più stretti di
quello che dovrebbe essere perché una corda di puro budello
(al
tempo di questi
liuti si disponeva solo di quelle…) passante per i detti
fori
possa avere una
congrua tensione di lavoro. Ma non dimentichiamo che essa non
produrrebbe
comunque una resa acustica decente!
M: Ma
allora?
C:
Nell'iconografia
musicale coeva inoltre
si osserva che le
corde dei bassi
si presentano spesso con
colorazioni completamente differenti da
quella
gialla, tipica del budello
naturale, in favore del
rosso cupo fino
al marrone e che queste colorazioni
compaiono
proprio là dove
oggi
utilizziamo i bassi
rivestiti.




Anonimo,
XVII sec: testa
di viola da gamba
Si
ipotizzò pertanto
che il budello di questi bassi fu in qualche modo conciato, o meglio
appesantito per mezzo di composti in polvere di elementi assai pesanti
come
mercurio o piombo: il rosso cupo (e talvolta nerastro) Cinabro,
o il
giallo Litargirio,
insomma.
M:
Ma a
cosa serve
appesantirlo?
C:
Poco
fa vi ho
spiegato che più una corda di budello risulta grossa e meno
essa
riesce a
produrre suono a causa del suo grande smorzamento interno indotto dal
grande
diametro.
Con
l’appesantimento
si ottiene un corda
di
budello molto più
sottile a parità di
tensione di
lavoro. Il peso della
stessa risulterà concentrato pertanto in
un piccolo diametro.
M:
Ma
certo! Ecco dunque
una possibile soluzione al nostro problema!
Grazie
a
tale
stratagemma fu possibile la produzione di corde gravi molto
più
sottili e più
sonore di
quelle in uso fino ad allora
e
finalmente… passanti per quei fori dei ponticelli storici
senza
perdere in
tensione di lavoro.
C:
Infatti! Una corda
così trattata arriva facilmente al doppio e anche
più
del suo peso iniziale andando
a ridurre il
suo diametro di un buon 30%. Contro questa teoria si contrappone il
fatto che
le corde di questo tipo, oggi realizzate, non si presentano trasparenti
alla
luce; aspetto che sarebbe sottolineato invece nei trattati del tempo.
In merito
a tale argomento va puntualizzato che documenti storici
del Seicento si riferiscono
in realtà soltanto
alle corde per i registri
acuti e medi,
non certo ai bassi di cui, viceversa si sa che potevano presentarsi
anche
in un cupo e profondo colore
rosso:
difficile
poter credere che tale colorazione fosse anche trasparente alla luce!
(T. Mace,
1676). Comunque al giorno d’oggi siamo fermi qui!
M:
Beh, e
per la teoria
del peso vi sono prove documentarie dirette??
C:
No;
credo tuttavia
che la matematica, sui fori misurati, abbia ampiamente dimostrato la
validità
di questa ipotesi alla luce della cinquantina di liuti storici in cui
queste
misure sono state fatte! Eppoi vi è la questione
iconografica
che rinforza il
tutto.
Ricordate
comunque che
qualunque budello naturale, con il suo povero peso non emetterebbe
comunque
alcun decente suono nel grave.
M:
Anche
le moderne
catlines??
C.
Provate da voi e
fatevi un vostro personale giudizio: queste
corde, anche se un
po’ più elastiche possiedono
inevitabilmente lo
stesso peso specifico del budello naturale.
M:
Si
ma la prova diretta,
documentaria...
C:
Capisco quello che
dite..è il nostro sogno segreto. Ad ogni modo ricordatevi
delle
modalità delle
scoperte astronomiche.
M:
Ma che
centrano?
C:
Plutone, se non erro,
anche se inizialmente non visto fu egualmente scoperto
a causa
delle perturbazioni
gravitazionali che produceva
sul pianeta Urano. Solo dopo molti
anni fu
possibile avvistarlo anche visivamente, non solo per calcolo!
Ecco,
noi ben sappiamo
delle ‘perturbazioni’ indotte
sugli strumenti verso la seconda metà del Cinquecento:
periodo
in cui, ‘sistema
a gomena’ o budello appesantito che sia, al liuto vennero
aggiunti dei bassi
disposti sulla stessa tastiera mentre le viole da gamba ad esempio
subirono una
certa contrazione nelle loro lunghezze vibranti…tutte cose
impossibili, in
termini di accettabile resa acustica, con normali corde di budella!
M:
Non
potrebbe essere
che per le orecchie del tempo la resa acustica fosse comunque
accettabile? Le
nostre orecchie in fondo sono inquinate sin dalla nascita da rumori un
tempo
sconosciuti…
C:
Questa
è una vecchia
questione: gli antichi in pratica, non conoscendo il potente suono
delle corde
ricoperte di oggi, si sarebbero dunque docilmente adattati
all’esistente.
In
realtà già allora si
lamentavano del suono labile dei loro bassi in puro budello, Lo scrisse
ad
esempio Vincenzo Galilei (Fronimo, Dialogo, Firenze 1584) ma anche
altri in
precedenza come ad esempio Virdung (1511).
Ma
vi
prego, torniamo
ora sul pratico…
M:
Si,
d’accordo.
Il
muro
divisorio…
C:
Orbene, stiamo di
fatto parlando del periodo che precede l’avvento delle corde
ricoperte, vale a
dire tutto il Cinquecento e buona parte del Seicento. Ecco, siamo al di
là di
una sorta di muro divisorio.
M:
In che
senso?
C:
Nel
senso che prima
della diffusione delle corde rivestite tutto era molto, molto
più difficile, anche
in presenza dei loro bassi che io credo furono caricati, incorporati
con
polveri metalliche per appesantirli. Comunque si facesse non si poteva
ottenere
quella prestanza, quella potenza che solo le corde rivestite avrebbero
concesso. Provate voi ad armare una moderna chitarra, o un violoncello,
soltanto con del nylon, o soltanto con del budello: niente bassi
rivestiti!
Come fareste voi, in tale frangente, a riuscire a far suonare tutte le
corde?
Ecco il centro
della questione.
In
pratica essi si
trovavano a dover costantemente risolvere il problema della resa
acustica dei
loro registri gravi; resa acustica pesantemente condizionata dal
diametro di
corda; partendo dalla constatazione che più
questa era
grossa e più si
perdeva in suono. Ricordate il
nostro discorso iniziale incentrato
sul limite
superiore e d inferiore e che
voi avete sbrigativamente definito
come
inutile
masochismo?
M:
Si,
certo.
C:
Bene!
Non fu affatto
masochismo ma un atto di intelligenza assoluta; l’unica strada allora
percorribile.
Si
sfruttava la massima
lunghezza vibrante per una data intonazione di cantino
perché
essi ben sapevano
che a parità di tensione e frequenza di intonazione
richiesta
alla corda questa
diventa tanto più
sottile tanto maggiore
è la
lunghezza a cui essa è sottesa.
Insomma, puntavano, con tale stratagemma,
a ridurre per quanto
possibile tutti diametri e a liberare di
conseguenza la maggior quantità di suono possibile da
ciascuna
corda. La sesta
ed ultima corda delle viole da gamba incarnava dunque davvero
l’estremo limite
nel grave, e laddove il limite di resa acustica nel basso per quel dato
strumento era raggiunto esso veniva ogni volta ripreso e rilanciato
ancora più
in giù
–secondo una sorta
di
staffetta-
da strumenti di taglia via via più grossa il cui unico fine
fu
quello di
ricoprire l’intera estensione della voce umana: ecco dunque
gli
strumenti di soprano,
di tenore
e finalmente di basso.
Per la verità,
negli strumenti veramente
grossi ci si doveva un tantino
limitare nella ricerca della
lunghezza vibrante
causa dei limiti fisici
di estensione imposti
dalla mano che tastava.
Con
l’avvento dei bassi
rivestiti questa
singolare staffetta
cessò di essere strettamente necessaria: con un semplice
violoncello armato di
bassi ricoperti infatti si riescono a raggiungere con indiscussa efficacia
acustica tutte le estensioni di
frequenza permesse, in certi casi
con
difficoltà, ad una viola da gamba del primo Seicento.
M.
Ma a
cosa ci serve, nel
pratico, tutta questa teoria?
C.
Un
attimo di pazienza
ancora, siamo oramai nei pressi della conclusione! Vi farò
tosto
una domanda:
qualcuno di voi ha mai provato quelle scure corde in budello
appesantito?
M:
Si, io
sulla mia
viola da gamba Basso.
C:
E la
resa come era?
M:
Mah,
erano in genere
fantastiche, sempre che non ci fossero problemi di sfilacciatura o
falsità!
Tuttavia la sesta ed ultima corda rimaneva un tantino debole e faticosa
da
muovere con l’arco…
C:
Ecco,
infatti. Il
centro del problema!
M:
Vale a
dire?
Della
lunghezza vibrante e del suo
sfruttamento…
C:
Le
nostre copie degli
antichi strumenti non sfruttano affatto
la massima lunghezza
vibrante e
così ci troviamo ad avere corde dei bassi –a
parità
di tensione- troppo grosse
e perciò in difficoltà di suono. Con
ciò intendo
dire che se fossimo nel primo
Seicento la nostra viola basso dovrebbe avere almeno




M.
Praetorius, Syntagna
Musicum, 1611
Infatti
queste
più corte lunghezze vibranti scaturiscono
soltanto dopo la comparsa delle corde gravi rivestite!
M:
Accidenti, e chi le
sapeva queste cose? Come mai non le sappiamo dai liutai?
C:
Forse
perché i liutai
faticherebbero a vendere
strumenti così
lunghi, visto che sarebbero consoni solo
per repertori
anteriori alla metà del Seicento; o forse perché
siete
tutti oramai usi ai
bassi ricoperti….o più semplicemente
perché loro
stessi non conoscono
queste regole. Ed
infine
considerate la oramai
consolidata abitudine da parte di molti
di eseguire Monteverdi e
Beethoven, con assoluta indifferenza,
sullo
stesso tipo strumento; questione di costi direte, ed in questo vi
capisco. E
così si cambia al massimo l’arco, talvolta anche
le
corde…
M:
Si, è questo
che le nostre
tasche si possono purtroppo permettere.
Del
ponticello e delle
sue libertà…
C:
In
ogni caso le regole
ora le sapete! In altre parole badate:
eseguendo repertori del primo Seicento in
cui volendo potete scegliere montature di solo budello ricordatevi che
queste
sono praticabili appieno soltanto se gli strumenti che utilizzate
possiedono
lunghezze vibranti consone, come nel Seicento, non di periodi
più recenti e che
si trovano al di qua del muro
divisorio! Si parla qui degli
strumenti di
una certa mole, non di sicuro del violino il quale nel suono si salva
sempre,
soprattutto se non vi vergognate di muovere un tantino il ponte verso
la
cordiera. Vizio comune nel Seicento, sapete? E non date ascolto a
coloro che vi
dicono che l’iconografia del tempo non era così
precisa da
porre il ponte degli
strumenti esattamente come nella realtà! Ricordate: il suono
ci
può
guadagnare, e di
molto…inoltre tenete
presente anche
la faccenda del crine
nero: nell’iconografia
del Cinque-Seicento esso la fa da
padrone; il mio
sospetto è che esso sia relazionato alla
necessità di
assicurare un buon
attacco in quelle montature prive di corde rivestite.
M:
Buoni
suggerimenti
questi ma… in tema di ponticello… chi ha il
coraggio di
mettere in pratica
tutto ciò?
C:
Si, mi
rendo conto
della difficoltà che incontrate…
M:
Potrebbe darci alcuni
esempi di lunghezze vibranti consone al primo Seicento…
C:
Certo,
Le viole da
gamba dovrebbero essere di almeno 40-
Sapete
quante richieste
assurde noi cordai ci dobbiamo talvolta sobbarcare? E come fare a
trovare il
tempo per spiegare loro tutte queste cose, e che ben pochi purtroppo
conoscono
(e soprattutto applicano) durante la costruzione dei loro strumenti? Ovviamente,
alla fine la colpa di una cattiva
sonorità dei bassi in puro budello montati in una corta
viola da gamba
basso, o come terze e quarte di una corta
viola da braccio o
cello (se
non addirittura come
bassi di viella
medioevale) è sempre, per taluni, soltanto nostra. Non del
liutaio che ha
proporzionato male
lo strumento!
Scusate,
ma è questo il
mio secondo sfogo.
I
nostri
esperimenti
hanno ampiamente dimostrato quale forte e meraviglioso suono fuoriesca
dagli
strumenti armati di solo budello se ben dimensionati, vale a dire
dimensionati
per davvero
come allora…se sapeste tutti quanto stiamo
perdendo!
M:
Ed
ora? Possiamo
sicuramente parlare dei calibri storici?
C:
Prima
parliamo delle
tipologie di corda lungo le varie epoche in modo che d’ora in
avanti saprete
come regolarvi.
M:
Ah,
bene!
C:
Per
quanto riguarda
il primo Seicento purtroppo non disponiamo di molte informazioni;
E’ certo
tuttavia che non si dovrebbero utilizzare corde ricoperte, come
è altrettanto
vero che gli strumenti, per poter emettere suoni decenti qualora
montati in
solo budello, dovrebbero essere dimensionati in modo ben differente dal
consueto, come prima visto. Ma chi se la sente?
M:
Crediamo che questo
rimarrà un problema spinoso per molti!
C:
Si, lo
credo anch’io.
Anche perché non disponiamo di qualcosa di più
significativo in tema di corde,
se per un momento trascuriamo la scarna descrizione delle fasi
lavorative di
una bottega cordaia padovana della metà del Seicento.
Ricordiamoci comunque di
Talbot, il quale in riferimento al violino scrisse nel tardo Seicento:
‘‘Best
strings are Romans 1st and 2nd [;] of Venice
Catlins: 3rd &
4th
best be finest &
smoothest Lyons, all
4
differ in
size.’.
In
pratica le prime
due di un tipo
e le seconde due di un altro. Da notare che Lyon e Catlins sono corde
specifiche per bassi. In una interessante iconografia di Rutilio
Manetti (Amore
trionfante,
1625,
Dublino,
National Gallery of Ireland) si
osserva a tal
proposito
che, nel violino ivi rappresentato, le prime due sono gialline e le
altre due
marroni scuro…
M:
Bassi caricati
con peso e dal colore marrone cupo?
C:
Beh, a
me piace
interpretarla
in questo
modo…
Dunque,
dovendo
eseguire invece repertori posteriori al
1670-80 il mio suggerimento è quello di utilizzare le corde
rivestite secondo
queste indicazioni, le quali riassumono efficacemente la documentazione
storica:
-Violino:
usate sempre e soltanto la quarta rivestita;
tutte le
altre devono essere
in budello nudo. No
assolutamente ai Re ricoperti moderni! Eccezione fatta per i soli
repertori
francesi del Settecento: utilizzare però soltanto corde
rivestite a demì
(dopo vi spiegherò meglio…). Questa soluzione (la
sola
quarta rivestita) durò a
lungo: badate che rimase praticamente inalterata fino a ridosso della
seconda
guerra mondiale…ma anche oltre.
-Viola:
usare sempre la terza e quarta rivestite
-Violoncello:
sappiamo, in base alla numerosa iconografia, che
tra il 1680 circa e il 1730 il cello
utilizzava di norma la sola quarta rivestita; oltre questo periodo si
utilizzò
poi
anche la terza filata.




Antonio
Gabbiani, 1685 ca.
-Contrabbasso:
nei contrabbassi a 4 corde le fonti
storiche (Del
Lalande) suggeriscono l’impiego sia della sola quarta
rivestita
che anche della
terza, e questo a partire dalla metà del Settecento in poi.
Nei
contrabbassi a 3
corde si può
utilizzare, volendo, la terza in budello nudo ma anche rivestito.
Quinta corda:
ricordatevi che la quinta corda (rivestita) compare soltanto verso la
fine del
XIX secolo, non prima!
-Violoni a
5 corde: utilizzare soltanto la
quarta e quinta
rivestita.
-Basso di Viola a 7 corde:
la quarta corda dovrebbe essere o in budello nudo oppure rivestita a
demì su
budello, vale a dire con una certa spaziatura tra spira e spira del
filo metallico
(lettera
di Forqueray’s
-fine 1767-inizi 1768- al
Principe Wilhelm sulla montatura di
corde
per
viola basso, citato in Yves
Gèrard:
"Notes sur la fabrication de la viole de gambe et la manière
d'en jouer,
d'après une correspondance inédite de J. B.
Forqueray au
prince Frédéric
Guillaume de Prusse", Recherches
sur la musique franfais classique,
n 1961-1, lettre 7 "A son
altesse royale monseigneur le prince de
Prusse").
No
all’impiego di corde
con anima di budello ricoperte di piattina di alluminio!
L’impiego
dell’alluminio infatti compare per la prima volta soltanto
verso
il 1920 ( ‘la’
e ‘re’
per violino; (vedere
Carl Flesh:
"Die Kunst des
Violinspiels,
2 vols.,
Ries, Berlin
1924-28).
M:
Quindi, rispettando
alla lettera queste indicazioni possiamo senz’altro salvare
le nostre
corde rivestite..
C:
Altolà! Ho colto la
provocazione ed ecco quindi la mia risposta.
M.
Ouch!
Delle
rivestite a filo
tondo e della seta…
C:
Dunque….lasciatemi
dire innanzitutto che non una delle vostre corde rivestite
si deve salvare, in tema di
filologia.
M:
Lo
immaginavamo!
C:
Si, ma
non per soli
motivi diciamo così… ideologici, ma per questioni
di resa
acustica.
Innanzitutto definiamo le tipologie allora a disposizione:
M:
Ve ne
erano molte?
C:
Essenzialmente tre:
quella a spire di metallo accoppiate, quella con le spire allargate (la
cosiddetta demifilè) e quelle a doppia filatura metallica.
Tutte
queste erano
costruite in modo piuttosto semplice: del filo tondo (sottolineo
tondo!) che
poteva essere di puro argento, rame argentato ma anche ottone avvolto
direttamente su di una normale corda di budello come anima. In altre
parole non
esistevano ancora metalli oggi d’uso comune come
l’alluminio, il tungsteno
(wolframio) , le leghe di acciaio etc. Va detto inoltre che queste
corde non si
trovavano certo in negozio; esse erano fabbricate
all’occorrenza
dal liutaio
stesso e talvolta anche dal musicista. Le corde rivestite
–essendo
costituite
da un’ anima di
budello
levigata a mano-
dovettero avere, per
forza di cose, una superficie meno regolare delle nostre ed erano
probabilmente
‘personalizzate’; nel senso cioè che
il
musicista poteva dire la sua
in merito alla loro qualità
durante le
prove sul suo strumento così da aggiustare
eventualmente
il tiro.




D.
Diderot , Encyclopedie…1750
ca
M:
Bene!
C:
Allora, quelle
avvolte a spira spaziata vennero esclusivamente usate nel corso del
XVIII
secolo e servirono come corde per strumenti a pizzico (chitarra
barocca) o,
negli archi, come corde diciamo così di transizione, corde
per i
registri di
mezzo insomma. Pensiamo alla quarta del basso di viola ed alla terza
del
violino. Ma attenzione, gli antichi ci spiegano che la spaziatura tra
le spire
deve essere pari o un poco superiore al diametro del filo metallico;
non come
quelle moderne con la loro filatura troppo, troppo allargata in una
sorta di
lunga spirale. Sennò che motivo vi era di chiamarle
filate… a demì??
M:
Certo.
C:
Così, le quarte dei
vostri bassi di viola a 7 corde dovrebbero essere soltanto di questo
tipo e non
ricoperte con piattina di alluminio; così dicasi per le
terze
per violino
qualora si intendano eseguire repertori francesi settecenteschi: non
usate qui
le ricoperte moderne, insomma!
Tuttavia,
al di là di
queste raffinatezze ricordate sempre che il violino utilizzava una
buona terza
di budello nudo e ben ritorto. Questa dunque rimane la scelta migliore.
M:
Ce ne
ricorderemo!
C:
Quello
che vi ho
detto sinora è tuttavia soltanto l’introduzione
generale!
M:
Mah,
ma non è
sufficiente a definire un suono?
Una
questione di percentuali…
C:
Niente
affatto!
Rimane da definire ora il rapporto
seguito dagli antichi tra
quantità di budello e
quantità di metallo;
perché uno stesso peso di corda si può ottenere
con
infiniti rapporti di
quantità tra metallo e budello. Ovvio che al prevalere del
metallo il suono
diverrà sempre più brillante ed ad un certo punto
sgraziato, fuori cioè
dell’ambito della voce
umana. Viceversa la timbrica
diverrà via via
più…si puo dire? Budellosa!
M:
Interessante,
supponiamo che quei pochi che fanno le corde come un tempo si regolino
di
conseguenza…
C:
Difficile che accada!
M:
Ma
come! Ci vengono
tuttavia vendute come tali…
C:
Specifichiamo meglio:
è già un grosso passo in avanti la faccenda del
filo
tondo e dell’anima di
budello; il problema nasce dal fatto che spesso mettono uno strato di
seta o
Rayon come cuscinetto tra anima e filo …
M
: E
questo a che
scopo? Non è forse anch’esso storico?
C:
No,
non è affatto
un procedimento
storico, esso risale
probabilmente al periodo tra le due guerre mondiali. Infatti sia il
Forino, 1930 che l’Angeloni (Il
liutaio: origine e
costruzione del violino e degli strumenti ad arco moderni [...], Hoepli, Milano 1923, pp.
279-98), non
ne parlano
affatto, possiamo desumerne che sia quindi un’ introduzione
molto
recente (la
prima documentazione che conosco riguarda
Della
vibrazione anomala e del suo rimedio…
M:
Ma
allora se per
malaugurata sorte in corde costituite soltanto da budello e filo
metallico si
dovesse avvertire tale vibrazione…
C:
A
problemi…filologici
si contrappongono soluzioni filologiche: umettate la corda con un
po’ di olio
d’oliva, il quale farà dilatare l’anima
quel tantino
che basta a serrare di
nuovo le spire metalliche.
Ce lo
suggeriscono sia Dotzauer
(Methode
de violoncelle,
Richault, Paris,
1830?, Supplement, p. 48) che
alcuni metodi
inglesi del tardo Ottocento e che al
momento non ricordo.
M:
Non
possiamo, come
più
comoda alternativa, bagnare
con
un
po’ d’acqua
le corde?
Anche
questa
dilata…
C:
No,
per carità: In
nessun caso dovete usare l’acqua: essa provoca una forte
dilatazione del
budello con conseguente forte allargamento del rivestimento metallico:
al
ritorno dell’anima alle sue dimensioni originarie non
corrisponderà un eguale
ritiro da parte del rivestimento, cosicché la corda ne
risulta
definitivamente
danneggiata.
M :
Capito!
C:
Torniamo a noi: le
proporzioni seguite dagli antichi per realizzare le corde filate
prevedevano
quanto segue:
4°
Violino:
si
utilizza una
seconda corda
un po’
leggera e si fila (Galeazzi
1791, Savaresse 1860 ca, etc). Dopo il 1870 circa si
cominciò ad
usare come
anima la corda di ‘mi’ e un filo metallico un
po’
più grosso.
Siamo
fortunati a
poter dare una dimensione fisica a questa cosiddetta seconda
un po’ leggera, e
questo grazie al manuale del Maigne ed ai
valori di tensione delle quattro corde del violino da lui riportati (Jean-Carl Maugin - Walter
Maigne: Nouveau
manuel complet
du luthier, 2nd edition, Roret,
Paris 1869): facile da questi
risalire ai
diametri mediante un semplice calcolo.
In
altre
parole abbiamo potuto finalmente ricreare
quelle corde!
3°
Viola:
si
utilizza la
4° del violino
realizzata come suggerisce Galeazzi.
4°
Viola:
secondo il Galeazzi
si prende
una terza in budello nudo del violino e si ricopre
3°
Cello:
si
utilizza una
cantino un
po’ sottile e si ricopre (Vedere quanto indicato nel
metodo di Raul, Paris 1770).
4°
Cello:
si
utilizza una
seconda un
po’ sottile e si
ricopre (Raul,
Metodo per Violoncello, Paris 1770).
Per
il Contrabbasso
si riprende quanto stabilito
con il Cello.
M:
Tutti questi dati
sono
per noi puro mistero!
C: Si,
lo capisco,
servono più a noi che a voi.
Quello
che risulta
importante qui è fissare dei concetti
utili a coloro in grado poi di utilizzarli: in pratica si vuole
suggerire di
attenersi a queste indicazioni; non basta utilizzare il filo tondo ed
eliminare
la seta di cuscinetto per potersi fregiare di costruire corde ricoperte
che
possano chiamarsi storiche! Sapete, cambiando proporzioni tra metallo e
budello
il suono cambia di molto rispetto a quello che si ottiene seguendo le
indicazioni di cui sopra, tutte avallate da documenti originali
comprovanti…
M: Ma
scusate, è
proprio
così diversa la resa timbrica e dinamica tra le corde
rivestite
storiche e
quelle moderne a filo piatto?
La
timbrica dei
fiati…
C:
Molto, molto.
Pensate
che mentre la timbrica del filo piatto ricalca sostanzialmente quella
degli
strumenti a fiato, la sonorità prodotta da corde storiche
è notevolmente più
aperta, ricca di armonici ed anche di potenza acustica ragguardevole.
Rimane
per voi tuttavia il problema di abituarvi ad usare corde con filo
tondo:
all’inizio vi potrà forse dare un po’
fastidio ma
passa subito! Ricordatevi
soprattutto di una cosa assolutamente importante: il rivestimento a
filo tondo
possiede sotto l’arco la stessa identica risposta del budello
nudo,
eliminandovi quel fastidioso scalino di tecnica che si trova tra le
rivestite
attuali a filo piatto e le altre più acute in budello nudo;
scalino con cui
dovete fare i conti ogni santo giorno.
M: Vi
è ancora
dell’altro?
C: Si,
abbiamo definito
il tipo di anima ma non il diametro di filo da utilizzarsi: questo deve
essere tale
che alla fine la corda presenti una tensione, o meglio sensazione
tattile, in
omogeneità con altre superiori. Esistono apposite formule
per
fare i dovuti
calcoli ma non mi sembra ora il caso…
M :
Si, lo pensiamo
anche
noi…tentiamo un riassunto di quanto detto?
Del
cuscinetto
interno…
C:
Certamente: allora
ai
cordai chiederete una rivestita storica siffatta: non deve essere
impiegato
filo piatto, non deve essere usata seta od altro materiale come
cuscinetto
interno tra budello e filo metallico, per l’anima deve essere
impiegata una
vera corda e non più rigidi e poco ritorti budelli
realizzati
oggi
appositamente per questo scopo. Ammessa invece la ricopertura
decorativa
esterna in seta, poiché non incide affatto sulla resa
acustica.
Ricordate. Fate
seguire le proporzioni storiche nel bilanciare anima in budello e
metallo…infine
se volete che la corda sia stabile ai cambi di umidità
passatela
titandola
piuttosto angolate sulla punta tesa del pollice sì che la
fibra
interna del
budello si apra.
M: e
questo
cos’è, uno dei tanti segreti??
C Si,
era praticato
già dai contrabbassisti del XIX
secolo ed è già utilizzato da qualche violinista
barocco
di oggi: le corde
rivestite saranno molto più stabili.
M:
Grazie per questo
bel
suggerimento!
C:
…cercate di
eliminare davvero
le ricoperte moderne, ci guadagnerete molto…
M :
…ed ora il
via ai
calibri stor…
C: No!
Non ancora!
M :
Non ancora??
Dell’equal
feeling, equal tension, scaling tension…
C:
Rimane
l’ultimo
spinosissimo argomento: La
tensione scalare,
l’eguale
sensazione
tattile e la cosiddetta eguale
tensione tra le corde!
M: Si,
abbiamo sentito
di
queste cose! Alcuni colleghi si dilettano a sfoggiare montature in
equal
feeling, equal tension, scaling tension, …ma che cosa sono?
In
Inghilterra
oggigiorno se ne parla molto…
C:
Allora, sappiamo da
numerose fonti del Seicento che gli antichi, quando montavano i loro
strumenti,
fossero essi liuti od archi, ricercavano sempre una eguale
sensazione
tattile tra le corde (equal
feeling). Possiamo definire questa
sensazione
di ugualità in termini meno empirici: premendo due corde
diverse
entrambe alla
stessa distanza dal ponte e con la stessa forza esse si dovranno
abbassare
della stessa quantità In questa condizione
Ora
è noto che
quando tendiamo una corda essa si riduce
via via di diametro in favore di un allungamento che si ritrova sotto
forma di
giri al pirolo, vero?
M :
Verissimo! Proprio
come un elastico che più lo si tira e più diventa
sottile!
C: Nel
nostro caso il
tratto in più va ad avvolgersi sul pirolo, e i giri al
pirolo
sono molto più
numerosi nella corda
più sottile che in una più
grossa. Facciamo finta di
parlare qui del ‘mi’ e del ‘re’
del
violino…
M:
Giusto!
C: E
allora ne consegue
che le corde i cui diametri sono stati calcolati per ottenere una eguale
tensione una volta poste in
giusta intonazione non avranno affatto
la
stessa tensione perché quella sottile diventa
percentualmente
ancora più
sottile di quella grossa!
M:
Accidenti, qui si va
sul fine! Dobbiamo pensare un’attimo…
C: Si,
certamente,
dobbiamo afferrare bene questi concetti. Ora,
le dette corde in intonazione
avranno di fatto una tensione diversificata:
maggiore per il ‘Re’ e minore per il
‘mi’, non
trovate?
M: Si!
C:
Perché le
dette corde
si trovino alla vera
eguale tensione (coincidente, ricordate, all’eguale
feeling) si dovrà
partire perciò
da una certa scalarità della tensione nel calcolo teorico.
In
pratica la corda
più sottile dovrà essere calcolata con
più Kg
della seconda e questa a sua
volta della terza: Una volta portate in intonazione quindi (se il
calcolo della
scalarità e stato ben dimensionato) si disporranno automaticamente
secondo l’eguale tensione. Questa è la vera ed autentica
interpretazione
dell’esempio di Leopold Mozart, considerato erroneamente come
un
esempio di
montatura per violino in eguale tensione teorica.
M: E
quindi?
C: E
quindi è
bene
abituarsi che l’eguale tensione intesa come calcolo teorico
(ad
esempio
M: Si
tutto questo
sembra
adesso piuttosto illogico…ma la tensione scalare?
C:
Giusta osservazione!
Tutto quello ora trattato nei riguardi dell’eguale
sensazione
tattile si
riferisce per la verità al Seicento; nel periodo successivo
disponiamo (ad
esempio per il violino) di informazioni più mirate che ci
permettono di dedurre
con sicurezza che il profilo di tensione del violino fu
tutt’altro che eguale
in Kg bensì ancora
più scalare
di quello
che servirebbe per
ottenere l’eguale sensazione tattile. I primi ricercatori che
trattarono questo
argomento ritennero però che in realtà vi fu
l’adozione sia di questo tipo di
pronunciata scalarità che del sistema in eguale tensione
secondo
però
quell’interpretazione errata di cui sopra. La rilettura delle
fonti in cui
questa seconda possibilità sembra essere plausibile permette
tuttavia una serie
di smentite. Ecco ad esempio un assaggio su quelle che si ritenevano,
sul
violino, prove inoppugnabili dell’eguale tensione: con le
relative
controdeduzioni:
La
lista…
-Tartini,
1734
ca: Secondo Vuillaume, Tartini
trovò che la tensione totale delle 4 corde del suo violino
fu di
-Lepold
Mozart, 1756:
Mozart trova i giusti
diametri di corda sottoponendole tutte allo stesso regime di peso e
mutandone i
calibri fino a trovare l’accordo di quinta a vuoto tra due
adiacenti: Si tratta
qui di una montatura in vera
eguale tensione (= equal feeling),
non
quella ottenuta da calcolo teorico. In pratica vi ho già
spiegato che le corde
di partenza devono essere a tensione scalare cosicché
in stato di tensione divengano omogeneamente tese.
-Savart,
1840 (ripreso da
Fètis nel
1859): Egli scrisse che
il cantino
vent’anni prima prendeva almeno
-Delezenne,
1853: dapprima
formulò l’ipotesi teorica
dell’eguale tensione ma poi si
accorse che tutti i calibri commerciali che
riuscì a
trovare seguivano
esclusivamente un profilo scalare.
-Huggins,
1883:
anche qui si partì dall’eguale
tensione teorica per constatare
poi che
una montatura di questo tipo non funziona affatto! Ma questa smentita
(come
quella di Delezenne, del resto) non è stata mai presa in
considerazione dai
sostenitori dell’eguale tensione!
Gli
altri più
tardi esempi, che sono piuttosto
numerosi,
sono tutti dimostrativi della
montatura di tipo scalare.
Sono
certo che
l’applicazione sul pratico di questi
concetti gioverà grandemente tutti coloro che genuinamente
credevano nell’egual
tensione permettendo loro, ed era ora, di poter riequilibrare il
proprio
strumento.
M: Si,
pensiamo anche
noi
che questo possa essere molto utile…
C:
Eccovi ora una
tavola
tratta da un mio vecchio lavoro che riassume i profili di tensione
delle prime
tre corde del violino di un arco di tempo compreso tra la
metà
del settecento e
la fine del XIX secolo, come ricavato dai documenti e dai calibri
commerciali
(corista 435 Hz, lv




M: Ma
perché tale forte scalarità nelle tensioni di
lavoro?
Queste indicate nella
tabella ci sembrano in verità molto più
accentuate di
quello che sarebbe
necessario per guadagnare l’eguale sensazione tattile!
C:
E’ esatto, vi
sono
tuttavia alcune spiegazioni che concorrono a dare
un’interpretazione del
perché, nel pratico, ci si orientò
così.
Huggins,
ad esempio (“On the function of the
sound-post and the proportional
thickness of the strings on the violin", Royal
Society proceeding,
xxxv 1883, pp. 241-8: 247)
gettò
sul campo
due ipotesi: la prima prende in
considerazione la pressione esercitata da ogni singola corda sulla
tavola
armonica. Egli sottolinea che nella condizione di eguale tensione teorica le
pressioni in kg esercitate dalle prime tre
corde sulla tavola armonica sottostante non sono affatto eguali; e
questo in
conseguenza dell’angolo di incidenza della corda
stessa sul ponticello che
procedendo verso
quelle
più grosse
diventa mano a mano
più acuto. Si determina
in tal modo via via una maggiore pressione sulla tavola armonica . Al
fine di
ottenere
eguali pressioni agenti sulla
tavola da parte di ogni singola corda si rende pertanto necessaria una
scalarità ‘aggiuntiva’ rispetto
alla condizione
fin
qui considerata.
M:
Chiaro!
C:
La
seconda ipotesi considera il fatto che le corde via via più
grosse si trovano, nella consuetudine, ad una distanza maggiore dalla
tastiera:
ne risulta pertanto il fatto che le dita della mano sinistra in
condizione di
eguale tensione/eguale feeling dovrebbero esercitare uno sforzo
aggiuntivo per
premerle. Di qui la riduzione di tensione al fine di recuperare
omogeneità nel feeling
delle dita della mano sinistra.
Una
terza ed ultima
ipotesi che pesa a favore di un
(accentuato) profilo scalare delle tensioni
consiste nella ricerca della
massima omogeneità di
attrito possibile
verso i crini dell’arco, come propugnato
da Riccati già nel XVIII secolo e ripreso poi da Pleissiard
nella seconda metà
del XIX secolo (
"Des cordes du violon",
Association fracaise pour
I'avancement des sciences. Congres del
Lille,
1874: citato da Barbieri: Acustica,
accordatura e temperamento,
p. 46.).
Vi
leggo ora un
passaggio del Riccati:
‘Egli
è d’uopo premettere, che quantunque
l’arco tocchi una maggior superficie nelle corde
più
grosse, nulladimeno la sua
azione è costante, purchè si usi pari forza a
premer
l’arco sopra le corde.
Questa forza si distribuisce ugualmente a tutte le parti toccate, e
quindi due
particelle uguali in corde differenti soffrono pressioni in ragione
inversa
delle totali superficie combacciate dall’arco.’
(Giordano Riccati ‘Delle
Corde…’ op.
cit, p. 129) . Non va tuttavia dimenticata
un’ultima
spiegazione propugnata ancora una volta da Huggins, il quale scrisse
che
l’unico modo per poter ottenere le
quinte premute è quello di disporre le corde secondo una
certa
scalarità di
tensione; ed
ora…sorpresa!!
M:
I…i calibri
storici, vero??
C: Si,
ora ne possiamo
tranquillamente parlarne.
M:
Siamo
tutt’orecchi…
I
cordoni…
C: Si,
come già
sapete
nei tempi che furono le montature del quartetto d’archi in
generale si
avvalevano di corde più grosse di quello che oggi
comunemente si
fa. Si può
anzi senz’altro affermare, senza patema di smentita, che le
… filologiche
montature di oggi furono allora pressoché sconosciute.
M:
…che stiamo
tutti
facendo, allora? Come mai si è arrivati a questa paradossale
situazione?
C:
Beh, non credo sia
costruttivo né utile andare ora alla caccia del colpevole;
diciamo che nel
corso del tempo i primi ricercatori hanno tentato di dare un
volto
a
queste catene così sottili e corte, a questi ponticelli
così bassi, a questi
manici non o scarsamente inclinati etc. E
questa conclusione fu tratta un poco in odor di spregiudicatezza,
poichè
formulata in assenza
di documentazione storica inerente le
corde.
M:
Bella cosa!
C: Si,
ma adesso siamo
perfettamente in grado di cambiar rotta alla nave. Soprattutto si pensa
che ora
si è in grado di montare impunemente i diametri storici.
M: Ma
non risulta in
generale più difficile produrre un’emissione da
questi
…cordoni?
C: Se
sono stati
costruiti come si deve assolutamente no, bisogna inoltre aver cura che
lo
strumento sia stato ben predisposto: vale a dire che le corde devono
essere
portate molto basse sulla tastiera a condizione che non frustino
(suggerimento
del Galeazzi, 1792). Si dovrà inoltre verificare il tipo di
ponte e soprattutto
il tipo d’angolo che le corde fanno su di esso!
Del
ponte e del suo
angolo…
M:
L’angolo?
C: Si,
spesso esso
risulta troppo acuto e così la pressione
sulla tavola,
con i
calibri
storici potrebbe diventare
eccessiva.
M:
Si…si rompe
lo
strumento??
C: No,
si soffoca
semplicemente il suono prodotto. In altre parole lo strumento risponde
male.
M:
L’angolo
può essere
troppo acuto sia perché lo strumento in realtà
è
uno moderno camuffato da
barocco e sia perché così e stato costruito, al
fine
forse di bilanciare la
scarsa e nasale resa acustica che si ottiene da queste leggere
montature. E
questo incremento lo si può ottenere aumentando di un
po’
la pressione sulla
tavola. Passando ai calibri storici si presenta tuttavia il problema
opposto!
M:
Capito!
C: A
conti fatti,
diminuendo l’angolo delle corde la pressione ottimale
esercitata
sulla tavola
potrà rimanere più o meno la stessa di prima.
Viceversa se risultasse
eccessiva per quella data tavola
armonica essa
potrebbe andare effettivamente a soffocare il suono prodotto. Non
è la prima
volta infatti che incontro strumenti che non sono in grado di lavorare
con i
calibri storici: le soluzioni ovviamente ci sono e talvolta consistono
semplicemente nel riadattamento del sistema cordiera-anima-ponte
ottenendo dei veri e propri miracoli in termini di equilibrio e potenza
di
suono, prontezza ed assenza di rumore di attacco dell’arco e
superiore bellezza
timbrica. Altre volte, seppur molto più raramente, le cose
sono
più complesse;
dettate soprattutto dall’età del legno della
tavola di
taluni strumenti originali
che non può sopportare per debolezza sua i calibri
più
grossi. Mi rendo conto
che sto sconfinando in argomenti propri della liuteria ma, come vi
accennavo
all’inizio, vige la regola dell’effetto
domino e
della sinergia tra le
professioni. In un certo senso noi cordai diventiamo compartecipi delle
responsabilità nell’ottenimento del suono del
tempo e
così ci permettiamo
talvolta di mettere in guardia i liutai…dalla tentazione di
bollare sbrigativamente
le montature storiche soltanto perché i loro strumenti non
possono al
momento utilizzare questi
calibri o più semplicemente
perché i detti liutai
non sono in grado di affrontare, di adattarsi, a questa destabilizzante
realtà.
in realtà. Ma la ricerca è ricerca!
M: Ma
è mai
successo che…
C: Si,
purtroppo!
Succede
spesso che questa nostra gran fatica di recuperare le regole e i
documenti del
passato sia poi resa vana da qualcuno della catena a noi seguente il
quale,
avendo spesso letto pochissimo sulla nostra materia e senza essersi
aggiornato
con le ultime novità
(non di rado
ferme
ancora alle quattro acche scritte
da Mersenne in tema di corde e/o ai due o tre vecchi articoli,
meritevoli
di
un up-date,
scritti dagli
inglesi negli
anni Settanta ed Ottanta)
ma forte delle sue scarne conoscenze che sconfinano talvolta anche nel
pregiudizio paralizzante che impedisce ogni ulteriore proseguo. Questo
è il
pericolo: la rigidità mentale, la paura del nuovo assieme al
timore del
giudizio altrui! Si arriva anche, in taluni casi estremi, a tentare di
negare
persino la realtà
offerta dalla documentazione storica
pur di salvare le
proprie consolidate abitudini conquistate, lo riconosco e lo rispetto, con
il sacrificio di anni.
Ecco
allora che ad un serio
tentativo di riforma
si possa correre il rischio di trovarsi contro una sorta
di controriforma,
volta unicamente a
salvare le abitudini di anni, documenti storici o no. Vedete, il
processo di
ricostruzione del suono parte sì dal cordaio ma il testimone
passa poi,
per forza di cose, al liutaio e poi a voi musicisti. Non bisogna
interrompere
questa catena…
D’altro
canto
molti temono come la peste
– in
materia di montature per il seicento-
la
remota possibilità (al fine di
ricercare la migliore sonorità) di dover
muovere non soltanto
l’anima ma anche il ponticello.
Eppure questa
possibilità è contemplata sia dal Bagattella
che dal Galeazzi addirittura
nel 1792: "...potrà
l'ozioso Suonatore,
combinando le
posizioni dell'Anima; e del
ponticello, far che
risulti
una qualità di
voce di suo genio...". Ecco ora
Antonio Bagattella,
‘Regole per la
costruzione de' Violini-Viole-Violoncelli e
Violoni’,
Padova 1786; p.27: "Il
ponticello similmente
sì
per la sua costruzione, come per la
sua
posizione più
avanti,
o più indietro
può generare somma alterazione; e perciò
il maneggio dell'anima e del
ponticello esige una gran pratica e
diligenza essendochè dall'una e dall'altro non posti a
dovere,
un buon Violino
può comparire cattivo."
E siamo, badate,
nel tardo Settecento!
Ma
siamo in presenza
di Regole, e le Regole, anche se
spesso non se ne capisce lo scopo vanno comunque rispettate, non
è forse così??
M:
Beh, e qualora non
fosse realmente così?
C:
Allora la libera
sperimentazione potrebbe riservarci delle belle, autentiche sorprese!
Pensate
che, in tema di ponticello, noi
si
è già
sperimentato ottenendo degli interessanti risultati. Certo che un tempo
non
erano davvero sprovveduti…
M:
Già, ma
bisogna pur
sempre affrontare il giudizio altrui…
Dei
calibri
storici…
C:
Infatti: in tema di
montature realmente storiche pensate che si è purtroppo
arrivati
persino a
respingere, nelle formazioni barocche, quei rari
strumenti
costruiti ed
arrangiati esattamente secondo
i
presupposti storici!
M:
Appunto…
C: Non
c’è
da stupirsi,
talmente è diversa
ed in meglio
la timbrica, la
potenza di
emissione e la pronuncia di questi rispetto al consueto! Essi dunque
non si
amalgamano con le montature odierne asservite al cosidetto
barocco… virtuale.
Serve,
lo ripeto,
maggior consapevolezza, conoscenza
delle fonti e coraggio
di osare, provare…
Com’è che ancora vi
vedo dubbiosi?
M:
Beh, alla fine noi dobbiamo
lavorare, ed effettivamente le
corde rigide e sottili ce lo
permettono.
Oltre alla passione per l’autenticità dobbiamo
comunque
garantire un risultato
al pubblico… nella pratica, quali vantaggi avremmo dalle
corde
storicamente
corrette?
C:
Oltre a fattori
secondari come la durata, la tenuta in accordatura e la
facilità
di emissione
anche nei pianissimi… un bel suono rotondo, potente e ricco
di
armonici sia
fondamentali che superiori, in grado cioè di dar voce ai
diversi
affetti
dell’animo umano!
In
una parola vi
è solo da guadagnarci. Provare per
credere…
E
quindi ora ai
calibri storici!
Ecco
dunque una tavola
sinottica che riassume quello che
più o meno si conosce nei riguardi del Violino:
|
Fonte |
mi |
la |
re |
|
De
Lalande/Angelucci ca. 1760 (a) |
circa |
/ |
/ |
|
Riccati
1767 (b) |
circa |
|
|
|
spezzone
di cantino di budello (ca.1770 ?) (c) |
0,71
– |
/ |
/ |
|
Fouchetti
ca. 1770 |
circa |
/ |
/ |
|
Baud
ca.
1795 (d) |
circa |
/ |
/ |
|
Sibire
1806 (e) |
|
0,98
/ |
1,38
/ |
|
Foderà
1834 (f) |
|
0,92
– |
1,15 – |
|
Sphor 1834 (g) |
|
|
|
|
Paganini
1840 ca. |
0,71
– |
0,87
– |
1,15
– |
|
Delezenne
1853 (h) |
0,61
– |
0,82
– |
1,02
– |
|
Laboulaye/Savaresse
1865 (i) |
|
|
|
|
Maugin and Maigne 1869 (l) |
|
|
|
|
Hart
1874 (m) |
0,65
/ 0,72 / |
0,84
/ 0,89 / |
1,14
/ 1,23 / |
|
Huggins/Ruffini
1883 |
|
|
|
|
Bishopp
1884 (m) |
0,61
/0,68 / |
0,80
/ 0,85 / |
1,08
/ 1,16 / |
|
Heron-Allen
1890 |
|
|
|
|
samples of E strings (c) |
0,66
– |
/ |
/ |
|
Aquila
Corde Armoniche (n) |
|
|
|
(a)
tre
budelli =
(b)
mi =
6 grani; la = 10 grani;
re = 15 grani;
ogni corda =
(c)
corda molto ritorta
(d)
corda di seta
(e)
per
La = 415 / 435 Hz.
(f)
20/100 di calibro =
(g)
N° 18 alla tacca sul misuracorde =
(h)
calibri medi commerciali
(i)
mi = tre
budelli; la = cinque budelli; re= otto budelli.
(l)
peso del la
= due
volte il mi;
peso
del re = tre volte il mi.
(m) light / small
/ thick.
(n)
/Gamut/Aquila
Corde Armoniche, set per violino barocco, tensione media, anno 2002.
Una
montatura per
violino si può dunque considerare storica
se possiede un Mi compreso tra 0,65 e
Suggerirei
comunque un
allineamento con i reperti paganiniani:
0,70; 0,88 e
M:
Benissimo!
C: Viola:
Non esistono al momento
documenti che dicano qualcosa di specifico a proposito della viola. Questo
per un motivo ovvio…
M:
Ovvio??
C: Si,
come prima vi
avevo accennato e che forse ora vi è sfuggito: Talbot alla
fine
del Seicento ci
fornisce una traccia piuttosto illuminante: in pratica egli scrisse che1st String = 2d Treble’. Nel
tardo
Settecento Galeazzi scisse come realizzare la quarta della viola
mediante
ricopertura di una terza di violino; da tutto ciò si deduce
che
già agli albori
del XVIII secolo le corde della viola non erano altro che le stesse del
violino
cui veniva omesso il cantino ed aggiunta una quarta.
Così
è
evidente che la viola
disponeva di due corde di budello e due corde rivestite
Ecco
dunque i calibri
storici
suggeriti : 0,85-0,95 La; 1,10-1,25 per il Re;
3° e
4° di tipo ricoperto.
-Violoncello: per
quanto riguarda il violoncello i calibri che risultano dalle fonti
storiche,
considerando il numero di
budelli accoppiati
(come ad esempio Raul, Paris 1770) suggeriscono: 1,20-1,35 per il La;
1,70-1,80
per il Re; Sol e Do ricoperto. Per il La ed il Re si può
arrivare
eccezionalmente a diametri sostenuti: 1,45 e
-Contrabbasso:
1°
Sol=
2,40-
La
giungla dei coristi…
M:
Ecco, adesso
possiamo
avere finalmente un’idea generale ma… e per quanto
riguarda la questione del
corista? Come si regolavano un tempo rispetto ai diametri di corda in
relazione
a questi?
C:
Grande ed
interessante
tema: quali usate voi?
M:
Beh, al solito
quello
di 415 Hz, talvolta 392, soprattutto se ci capita di dover seguire
repertori
francesi.
C:
Bene, questi in uso
oggi sono degli ottimi, moderni compromessi i quali sintetizzano sia il
Kammerton medio in uso in centro Europa nel Settecento che il corista
in uso
generalmente fino alla metà del XVIII secolo in Francia.
Badate
però che
nella realtà essi furono di estrema
variabilità anche dopo, in pieno XIX secolo.
M: Ma
come, non si
erano
regolati tutti per un corista di 435 Hz?
C: No,
le cose sono un
tantino più articolate.
Nel
1834, per la
verità, il Congresso di Stoccarda riuscì ad
approvare un
corista standard di
440 Hz, ma questa raccomandazione non fu mai seguita. Nel 1858 il
governo
francese
riportò
ufficialmente che
il
corista standard dell’Opéra di Parigi e
dell’opera
italiana doveva essere di
448 Hz, ma già un anno più tardi
In
Inghilterra, il
corista orchestrale nel 1813 fu pari a
424 Hz ma crebbe
a 452 Hz nel 1859.
M: Ma
è
pazzesco, non vi
è nulla di stabile qui!
C:
Già. Il
supposto
corista ottocentesco di 435 Hz sembra essere più una chimera
che
una realtà
storica. Con il Congresso di Vienna del 1885 il corista fu finalmente
fissato
ad 870 vibrazioni semplici, o 435 doppie; una raccomandazione adottata
dal
governo italiano soltanto nel 1887. Ma di fatto il corista
continuò a fluttuare
indisturbato. Solo con la conferenza del 1939 indetta
dall’Organizzazione
Internazionale per
Per
maggiori dettagli
vi suggerisco di leggervi anche le
tabelle riportate da Ellis ‘The
History of musical pitch’,
London 1880.
M. Si,
pensiamo che sia
il caso di darci un’occhiata!
C: Per
quanto riguarda
ora i criteri di scelta dei calibri in relazione ai coristi locali io
ho una
mia personale opinione.
M: E
cioè?
C:
Vedete, come vi ho
già
spiegato i diametri allora disponibili dipendevano esclusivamente dal
numero di
budelli accoppiati., e non dalla levigatura. E così ad
esempio
quel range
tipico di diametri per cantino di violino che si ottengono utilizzando
3
budelli, qualora utilizzati in Francia al corista di circa 390 Hz
portavano a
far lavorare i loro violini con tensioni
probabilmente
inferiori a quelli degli italiani, i cui
coristi
erano quasi tutti, Roma e Napoli escluse, ben più elevati di
quello francese.
Quelle
stesse corde
insomma in Italia davano luogo a
montature di fatto più
pesanti e quindi di maggior
prestanza acustica.
Dite, non potrebbe essere
forse questa
una buona spiegazione del potente suono che si ritrovavano in genere i
violinisti italiani rispetto ai francesi del Secolo dei Lumi??
M: Si,
potrebbe
essere…siamo
oramai giunti alla fine del nostro incontro, vero?
C:
Credo di si,
però mi
raccomando di non dimenticare quei cari trucchetti
che vi
renderanno la
vita più facile e che sono descritti nei trattati e di cui
ora
vi accennerò…
M:
Trucchetti??
C:
Certo, eccone
alcuni.
In
tema
di trucchetti…
-Primo:
Quando montate una corda nuova, mano a mano che la portate in tono
ricordate di
tirarla alquanto vigorosamente e più volte con un mano nel
mezzo
della sua
lunghezza.
M: Ma
non è
pericoloso?
C:
Affatto! Avrete
invece
la corda immediatamente pronta e stabile di intonazione. Ricordatevi
tuttavia,
al termine dell’operazione, di ricontrollare la
verticalità del ponte.
-Secondo:
segnare l’interno dei solchi del capotasto e del ponticello
con
una mina di
matita, vedrete che facilità nel mantenere
l’intonazione!
-Terzo:
avvolgete poca corda, ripeto poca corda sul pirolo: se ne
gioverà la stabilità
di intonazione.
-Quarto:
prima
di infilare una corda di budello nel foro del pirolo ritorcerla su
sé stessa
nel senso di stringere la fibra per 5-7 giri, tenerla ferma con due
dita perché
non ritorni su sé stessa ed infilarla quindi nel foro del
pirolo: con questo
stratagemma si incrementerà al volo
l’elasticità di
una corda.
-Quinto:
quando non usate lo strumento abbassate di mezzo tono
l’intonazione del solo
cantino: aumenterà la vita della corda più
sollecitata
tra tutte.
M:
Molto utili queste
indicazioni, ma sono davvero
storiche?
C: Si,
naturalmente. A
queste ne aggiungo inoltre una sesta di
cui per la verità non ho riscontri storici ma pratici: ho
verificato di persona
con alcuni musicisti che alcuni problemi di attacco di suono possono
essere
efficacemente
contrastati
tendendo il crine dell’archetto meno dell’usuale.
Ma
ora arriviamo
finalmente alla dirittura finale: La
scala
dei Valori!
M:
Scala ..scala di che?
La
scala…
C: Dei
valori,
overossia
ciò che, nella ricostruzione del suono storico, risulta
determinante e ciò che
invece costituisce solamente estetica, completezza, contorno,
ideologia…mettetela come volete!
M.
Sentiamo…
C:
Bene, al primo
posto devono esserci i
criteri
di distinguo di una buona corda da una meno buona: senza questa
capacità di
distinguo tutto il resto non risulta accessibile! Va da sé
che
la restante
scaletta presuppone come condizione di base che le corde siano
fabbricate
secondo un certo capitolato: vale a dire ben ritorte e senza (o poco)
allume.
Al Secondo
posto va
posta la conoscenza delle tipologie
di corde in uso nelle varie
epoche.
Al Terzo
posto collochiamo
tutto ciò
che concerne l’adattamento
dello strumento ai calibri storici (Ponte, anima, catena etc): senza
questa
accomodazione vi potrebbero essere dei problemi di utilizzo dei calibri
d’un
tempo.
Al Quarto
posto
collochiamo senz’altro la conoscenza dei calibri storici.
Al Quinto
posto
l‘impiego di una pece storica
Al Sesto
posto
possiamo collocare il tipo di levigatura o rettifica impiegata.
Bene,
tutti i
presupposti di cui sopra esauriscono
pressoché totalmente tutte quelle variabili che incidono
sulla sonorità
prodotta;
rimane ora tuttavia
la questione
ideologica…
M :
Ideologica?
C: Si,
quello che
costituisce certamente filologia ma non
incide assolutamente
nella
prestazione acustica:
Settimo
posto:
budello di agnello o
montone invece di
manzo.
Ottavo
posto:
corde
sbiancate con vapori di zolfo e non con acqua ossigenata.
Nono
posto: ci
si
dovrà recare…in carrozza nel luogo del concerto!
M:
Carrozza??
C:
Scusate, era
soltanto
una battuta…alla prossima, alla prossima volta dunque e
ancora
grazie per aver
stimolato tale costruttiva discussione e avermi permesso di dar voce ai
documenti, alle antiche stampe!
M:
Grazie a lei invece,
non mancheremo di ricordarci di questo incontro e di cominciare ad
approfondire
nel pratico
e nel teorico quanto abbiamo
oggi ascoltato. E questo affinché la realizzazione degli
antichi
repertori
possa al più presto giovarsi di queste antiche conoscenze,
affinché il
contenuto di questa nostra bottiglia coincida davvero con quanto
scritto nella
sua etichetta…
C: Si,
per amor di
Verità
e della Musica.
(I
musicisti si
congedano quindi dal cordaio…)
(Ringrazio
Daniela Gaidano per la infaticabile collaborazione e la gentile
revisione del
testo)
-OPERE
CONSULTATE-
-Patrizio
Barbieri: "Giordano Riccati on the Diameters of
Strings and Pipes", The
Galpin
Society Journal
XXXVIII 1985,
pp.20-34).
-Ephraim
Segerman: "Strings
thorough the
ages", The
Strad, part 1,
January 1988, pp.20-34",
pp. 52-5,
part 2 ("Highly strung"), March 1988, pp.195-201, part 3 ("Deep
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-Carl
Flesh: "The art
of violin playing", 2
vols.; Fischer, New york,
1924-30
(Edizione originale, Die
Kunst des Violinspiels,
2 vols., Ries, Berlin
1924-28).
-David
Dodge Boyden ("The
History of Violin Playing
from
its origins to 1761 and its
relationship to the violin and violin music",
Oxford
University Press,
-Eduard
Melkus: "Il
Violino: introduzione alla storia del
violino e della tecnica violinistica",
Giunti, Firenze, 1975. Edizione
originale:
" Eine
Einführung in die Geschichte
der Violine und des Violinspiels",
Hallwag, Bern 1972.
-Silvestro
Ganassi: Lettione
Seconda, 1543.
-Vincenzo
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-Robin Stowell :"Violin
technique and performance practice in the late eighteen and ninetheen
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-Pietro
Righini
‘La lunga storia del Diapason’, Ed Berben
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and 17th centuries", The Galpin
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-Werner Bachmann: "The Origins
of bowing and the development of bowed instruments up to the thirtheen
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-Alexander
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History of musical pitch’,
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-Libro
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-Edward
Neil: Nicolò
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